Febbraio 2026 – Prison Of Mirrors

 

Piatto ricco, mi ci ficco! – o con una qualche espressione analoga potremmo riassumere l’andamento tutto tranne che parco di succulente portate del trascorso febbraio, un po’ come l’avrebbe descritto il nonno del sottoscritto, anche se solitamente abituato ad esclamare una frase simile alla vista di una bella e fresca insalata di riso a pranzo in un caldo agosto. Considerato il tenore ed il tipo delle nostre, però, di portate odierne, oltre che il clima di fine inverno e ben poco estivo del periodo che ci apprestiamo a riepilogare, forse sarebbe più opportuno parlare di un’altresì ricchissima e rovente zuppa: fatta di un’oscurità suadente e penetrante, di un diabolico afflato abissale in più di un atto e in più di una foggia, e del più variopinto eclettismo nei soliti quattro capitoli (come spesso capita: ognuno dei quali, con meno concorrenza in altre mensilità, sicuramente meritevole del titolo assoluto di disco del mese di per sé) che partono dal secondogenito nella saga principale Prison Of Mirrors, con l’eccezionale fattura atmosferica e densissima di “De Sepulchris Occultis Et Igne Profanationis” (Aeternitas Tenebrarum) condensato in tempo e suono quasi sei anni dopo il da queste parti parecchio amato debutto “De Ritualibus Et Sacrificiis Ad Serviendum Abysso”

 

 

La mezz’ora tanto intensa e piena quanto sinistra e perspicacemente acuta di “De Sepulchris Occultis Et Igne Profanationis” è a doppio verso sia completamento che ulteriore esplorazione protesa all’alterità del discorso affrontato in “De Ritualibus Et Sacrificiis Ad Serviendum Abysso”, confermando i Prison Of Mirrors ed il loro difficile modo d’intendere la materia più atmosfericamente occulta del Black Metal quale espressione di assoluta eccezione nel panorama ortodosso, dai nostrani riverito in essenza ma amplificato in linguaggio e ricerca stilistica, quasi avanguardistica per la sua sorprendente libertà interna, al contempo. La tensione ad una tessitura raffinata di abissale processo esoterico fattosi musica estrema (per davvero) rende le due titaniche, panoramiche e nondimeno claustrofobiche tracce combinate il perfetto esempio di come una delle più grandi abilità del vero artista sia di malleare e controllare lo scorrere del tempo, gonfiandolo a dismisura oltre il quarto d’ora (scarso e abbondante, rispettivamente) del taglio dei brani, ma allo stesso tempo riducendolo e condensandolo rispetto al debutto fino all’implosione aurale di musica che cattura, intossica e rapisce con tanta facilità quanto complessi e rari per farlo sono i suoi mezzi.”

Fin dalle prime stoccate di “De Sepulchris Occultis Et Igne Profanationis” si assiste all’ecpirosi infuocata e devastante, quasi istantanea nella sua breve durata, che è compiersi in due atti di qualcosa che era stato ordito ed evocato fra le trame melmose di “De Ritualibus Et Sacrificiis Ad Serviendum Abysso”. Impetuosi, mutevoli ed imprevedibili come il più catastrofico e profetizzato degli eventi, i due lunghi brani si ammantano di un sentore apocalittico che porta alla mente le implosioni dei Nedxxx; ma il tutto è sempre saggiamente e sottilmente soppesato in ogni passaggio, nonché ormai dotato di una personalità così marcata da rifuggire qualsivoglia paragone: le vibranti risonanze fra linee di basso e vortici Dark Ambient, l’immersività permessa dall’evolversi di brani dal minutaggio consistente, un sentore di minaccia in musica e coerenza che nel contesto Orthodox in Italia è forse condiviso con i soli Altar Of Perversion, e in generale una fulminante visione d’insieme, fanno dei Prison Of Mirrors una band che si spera abbia ancora moltissimo da dire, come pare, e che riceva la meritata attenzione dentro e fuori i confini nazionali.”

Prosegue il vortice inarrestabile di malinconia targato Prison Of Mirrors con il nuovo “De Sepulchris Occultis Et Igne Profanationis”, disco che espande quanto di buono era stato fatto nel precedente “De Ritualibus Et Sacrificiis Ad Serviendum Abysso”. Anche in questo capitolo si resta impietriti di fronte a un’organicità unica nel suo genere, affine a quel sound materico che in qualche modo tanto mi ricorda gli Altar Of Plagues, benché differente in estetica e poetica. Il cantato continua ad essere impregnato di un marciume che si sposa alla perfezione con un’impalcatura sonora priva di reali margini di respiro per l’ascoltatore, capace di fondere in maniera del tutto naturale il Black Metal più melmoso e malsano con un Drone/Doom atmosferico di assoluto pregio.”

I norvegesi di Nidaros Diabolus, Mecum Sempeterne! che si garantiscono grande ammirazione da parte dello staff con l’omonimo debutto. I fan dell’operato più recente di Tor-Helge Skei nei reami del Black Metal, quelli dell’ultimo Manii (“Innerst I Mørket”) e del superlativo “Länge Leve Döden” degli Høstsol, avranno di che gioire all’ascolto del nuovo progetto di Cernunnus, Rambech (Whoredom Rife), Blix (Vemod) e Kråbøl (Misotheist)…

La struttura perfettamente simmetrica della tracklist di “Diabolus, Mecum Semperterne!” (fuori per Terratur Possessions), quasi maniacale nell’alternarsi dei momenti imprescindibili dell’inedita e dannata funzione liturgica, scandisce i tempi di un’opera che va approcciata consci di quali siano le mani che muovono gran parte della sua composizione: perché nonostante gli anni passino, Cernunnus si dimostra ancora una volta maître-à-penser dal gusto raffinato e dalle scelte mai banali nell’unire una pennata ancora pura, nera e convinta ad un sentimento di sacralità di volta in volta declinato in scenari dalle sfaccettature differenti. Così la solennità drammatica degli Høstsol incontra l’impalpabilità dell’ultimo Manii, fra sintetizzatori, organi e cori a tessere tregende liturgiche che caricano di pathos lo spazio sonoro e danno persino ritmo ai momenti più intensi del disco. Pur attorniandosi, per questa occasione, di artisti appartenenti allo zoccolo duro della cosiddetta scena Nidrosian, Tor-Helge Skei come suo solito riesce ad andare oltre quei limiti artistici che quel contesto sembra puntualmente autoimporsi, componendo un’uscita sontuosa che, come le sue ultime, si rivela più densa e sfaccettata ad ogni ascolto.”

Debutto ufficiale per i norvegesi Diabolus, Mecum Semperterne!, band che vede tra le sue fila il nostro volto noto Cernunnus, già apprezzato su queste pagine in tempi recenti soprattutto per il suo operato con Manes, Manii ed il supergruppo Høstsol. Questo nuovo progetto richiama vagamente il mood espresso proprio con il più nuovo Manii, ma gli aspetti più oppressivi e claustrofobici vengono qui sostituiti da tastiere simili a organi di chiesa e da melodie, sempre affidate ai tasti nero-bianchi, accostabili a uno stile in un certo senso più sacrale, sinfonico e onirico. Anche le parti vocali rievocano questo tipo di sonorità, facendo largo uso dei cori come alternativa al cantato in scream di K.R. -cofondatore del gruppo- mentre la componente prettamente Black Metal che sorregge l’intera struttura vive un continuo scambio tra parti più dilatate e sferzate up-tempo. Un album dunque da ascoltare assolutamente, soprattutto se per qualche motivo la vostra corteccia uditiva s’inchina d’istinto alle corde del caro Cernunnus.”

L’inaspettato centro degli altrettanto norvegesi Slagmaur, con il “Hulders Ritual” che ci fanno annusare da non meno di sette o otto anni, tra pezzi già pronti e poi cambiati, inframezzi mediatici da sopracciglio sollevato e persino una firma con Prophecy che, al netto delle buone intenzioni certamente artistiche, negli ultimi dieci anni sembra valere in più casi che no un biglietto di sola andata per la scomparsa eterna. Ma gli stramboidi nidrosiani-non-nidrosiani ci soprendono così facendo forse ancor di più…

Rave party dell’orrore norvegese con una inquietante colonna sonora dove “Filosofem” e “Thorns” vengono stuprati in una convivenza stramboide da streghe, teste calde e sei diversi esseri oscuri per danzarci insieme al Diavolo nel pallido plenilunio: “Hulders Ritual” suona terrificante e gabber, coatto ed industrialmente corazzato, eppure cambia con malcelata grazia e per moltissimi versi le carte messe in tavola con similari mezzi dal precedente “Thill Smitts Terror”; anzi, ribalta il banco intero con l’idea malsana e nondimeno tremendamente efficace di un industrialismo ipnotico, seducente, ammaliante, mid-paced (pur con picchi di ultraviolenta accelerazione nella sua seconda parte), che in qualche maniera riesce a suonare anche nazionalromantico e fiabesco non troppo dissimilmente da quanto ideato dai Kampfar più evoluti in una “Dødens Aperitiff” (closer dell’ultimo “Til Klovers Takt”). I demoni tendono insomma la mano e le loro invertite ninna-nanne verso le profondità della montagna dove regna una legge che non tiene alcun conto dell’umano ma che con esso gioca crudele, dove la distorsione si fa maschera per smascherare l’assurdo, la casacca del giullare crolla a terra come un sipario logorato dal tempo e, per quaranta minuti scarsi, gli Slagmaur dallo sfingeo sguardo caprino riescono come mai prima d’ora a sequestrare l’ascoltatore e portarlo in un’altra dimensione: riconoscibile, in qualche modo familiare, eppure inedita per i suoi inaspettati contrasti fattisi una sola cosa.”

Sul fatto che le trovate, soprattutto commerciali, di General Gribbsphiiser possano essere di pessimo gusto ci sono pochi dubbi; tuttavia, l’idea tanto ingenua quanto ambiziosa di far suonare le cascate atmosferiche e ruvide di “Filosofem” con lo smalto e la carica detonante dei Mysticum di “Planet Satan” sembra diventare per certi versi realtà nelle sei tracce di “Hulders Ritual”. Per sorpassare gli invalicabili ostacoli che storicamente ci sono fra il dire e il fare, gli Slagmaur tirano ancora una volta in ballo un peso massimo come Snorre Ruch, i cui tocchi sono evidentissimi in una produzione che è forse uno degli aspetti più sorprendenti del disco. Il ritardo di una release rimandata di anno in anno per oltre un lustro, le orchestrate vicende di cronaca e di fake-news ricreate ad arte, dai contorni più risibili che suggestivi, così come la perenne sensazione di avere tra le mani il proverbiale orologio rotto capace di indicare due volte l’ora esatta al giorno, non devono tuttavia adombrare un’uscita che, seppur altalenante in tal senso, vanta un arsenale di pezzi dalla potenza irresistibile e un sound che attinge dal meglio del meglio di ciò che sia mai stato concepito in Norvegia, facendone nei fatti una cosa altra e nuova.”

Sorpresa ancor più grande di quelle degli Slagmaur anno 2026 saranno le fattezze degli americani Worm nel mezzo di “Necropalace”, soprattutto per chi non ha seguito con la dovuta attenzione gli sviluppi narrativi ancor prima che stilistici del ponte “Bluenothing” e dello split “Starpath” non a caso condiviso con i furono affini Dream Unending. Per tutti gli altri: fuori il Funeral Doom, dentro (di nuovo?) il Black Metal – ma sinfonico e barocco come non mai.

La ipotetica svolta (quantomeno tale su formato esteso, questo va concesso) di un “Necropalace” è comprensibile possa confondere chi, come il sottoscritto, si è distratto nel passaggio dei Worm, tra il 2019 di “Gloomlord” ed il 2021 di “Foreverglade”, nelle più paludose (ma non casualmente sempre squisitamente fantastiche ed escapiste) acque fetide del funereo ed annerito Doom. Ma la verità, riprendendo le fila e ricontestualizzando come d’uopo l’operato del gruppo di Phantom Slaughter fino ad oggi, è che “Necropalace” arriva tutto tranne che dal nulla: non soltanto la vena esclusivamente Black Metal dei grezzissimi esordi su nastro e del caotico debutto “Evocation Of The Black Marsh” non si è mai totalmente estinta nemmeno nei colori dei due successivi full-length sempre più rallentati, ma questa esperienza complessiva ha fatto sì che la struttura (anche visiva, in copertina) di un “Bluenothing” come EP transitorio portasse all’emblematica “Shadowside Kingdom” come indizio invocato al chiaro di draconica luna, per gli sviluppi dello “Starpath” già abbastanza indicativo del plot-twist narrativo affidato alla tutela degli Odium, smaccatamente citati nuovamente proprio nella copertina di “Necropalace”. L’ora abbondante del nuovo album è infatti un’opera di raffinata (benché muscolosamente americana), quasi letteraria invenzione molto più complessa e da decifrare coi giusti simboli e le dovute chiavi di lettura di quanto non sembri, oltre che un colpo abbastanza magistrale nell’alveo sempre più saturato del filone di Black Metal sinfonico a tema fantasy in pieno revival post-Stormkeep. I Worm non si riscoprono fan della notte e del gotico dall’oggi al domani, insomma, né si limitano a salire come risposta diretta su un carrozzone sempre più pieno, ma ci si pongono con esuberanza melodica e bizzarre giustapposizioni in testa insieme ai migliori, riempiendo l’esperienza col proprio vissuto Funeral Doom in modi e tempi, infondendovi pure un estro tecnico (anche solistico) proprio del flirt col Death Metal più abissale ed oggi dialogante squisitamente con le ere antiche e i mondi altri. Kitsch? Certamente. Eccessivo? Sicuramente. Sorprendente, interessante, pieno di inventiva e originale a dispetto dell’inflazione e della moda a cui sembra guardare? Altrettanto indubbio se non di più – e questo dovrebbe azzerare ogni altro discorso dalla trascurabile banalità esclusivamente triviale.”

E pertanto non intraprenderemo la via di nessun altro discorso conclusivo né, questa volta, ci imbarcheremo in altri tipi di consiglio eccedenti in chiusura (oltretutto non avendone particolare motivo, né dovendo operare chissà quale sacrificio non facendolo): come detto poc’anzi in apertura, il piatto è questa volta fin troppo ricco e prelibato già con questi quattro album non esattamente di semplice ascolto, ognuno un arduo viaggio a suo modo e per i suoi pregiati motivi. Abbiamo anche il fondato motivo di pensare che, nella loro complessità assortita, sia Prison Of Mirrors e Diabolus, Mecum Sempeterne! che Slagmaur e Worm abbiano da soli e senza necessità di alcuna aggiunta ogni potenziale sfumatura per riassumere gran parte di quel che, con le nostre immancabili nonché fruttuose divergenze e convergenze di gusti, cerchiamo di proporvi in quattro al meglio ogni mese che passa.
Di conseguenza: alla prossima, finito marzo, e che nel frattempo ci parli e riparli la musica soltanto!

 

Matteo “Theo” Damiani

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