Fordæðuskapr – “Hræflóð Markar Fjalla” (2025)

Artist: Fordæðuskapr
Title: “Hræflóð Markar Fjalla”
Label: Ván Records
Year: 2025
Genre: Viking/Black Metal
Country: Islanda

Tracklist:
1. “Rann Eldr Of Sjǫt Manna”
2. “Ránar Vegr”
3. “Hræflóð Markar Fjalla”
4. “Benmánar”
5. “Grœfr Svall Gylfir Sjávar”
6. “Á Mœkis”

“La barbarie è lo stato naturale dell’umanità. La civiltà è innaturale. È un capriccio delle circostanze. E la barbarie deve sempre alla fine trionfare.”

La guerra latente di tutti contro tutti alla fine del mondo, l’atavico impulso a sopravvivere all’altro, la collaborazione necessaria ma sospettosa e distante che s’instaura per pura occorrenza insieme a coloro i quali non condividono direttamente o indirettamente il sangue e la stirpe con il proprio nucleo fidato in zone remote e appartate della colonizzazione umana del pianeta, come stato mentale e risvolto formativo nelle culture appunto più decentralizzate, le più esterne e meno limitrofi alla civilizzazione come modernamente conosciuta, laddove specialmente la vita sia infinitamente dura, il panorama sia incredibilmente scontroso nella sua asperità naturale, e dove le rigogliose possibilità scarseggiano crudelmente per oltre sette o otto mesi all’anno. La mente, in simili contesti (si pensi a quello islandese dell’undicesimo secolo, tecnologicamente ancora nel mezzo di età vichinga e tardo medioevo scandinavo) sviluppa una serie di strategie di difesa a comprensione di una costante dannazione terrena divenuta la più assoluta delle normalità: la violenza bruta e la morte diventano espressione custodita dal mondo ultraterreno, dalle sue belve e mostruosità, ma sua obliqua manifestazione nel visibile; e non a caso, semanticamente, i termini per descrivere un’idea nelle intenzioni singola assumono invece, in analoghe culture contorni e separazioni tra loro largamente opacizzate. Fordæðuskapr, per dirne una, rinchiude in sé i connotati magici della stregoneria, della negromanzia e del maleficio di difficile comprensione o spiegazione che non includa lo zampino biforcuto della soprannaturalità; eppure, in esso, vi è inscindibile il concetto di violenza e, garantito (da dauði, ovviamente), morte.

Il logo della band

Non che dodici lavori di una similmente fine fattura in quindici anni di attività nel cinturone Árstíðir Lífsins, di sei full maggiori ed altrettante opere di transito artistico, possano esattamente dirsi un capriccio di analoghe circostanze, come ci suggerisce Robert Ervin Howard, ma la barbarie trionfa nondimeno oltre il fiume nero di “Hræflóð Markar Fjalla”: carrion flood of the wood of the mountains, nella sua lasca traduzione inglese; una sofisticata kenning forse per la spaventosa attività vulcanica dai connotati mitologici da cui proviene -o alla quale consegue- un’innondazione di cadaveri, a sua volta volta metafora di morte a fiotti (il fluire mortale della lava, presto solidificato e divenuto il legno scuro dei picchi?), oppure guizzo perifrastico da scaldo per restituire la pericolosità esanime di quel che è musicalmente venuto dalla madre Norvegia, dalle nebbie e dai suoi boschi, una trentina di anni fa. Una cosa, pur nell’inevitabile enigmatismo della prosa e della poesia scaldica (nonché dei suoi sofisticati meccanismi) tanto compresa e utilizzata da Stefán Drechsler, è tuttavia certa: stregoneria di morte, di distruzione, di un nero incantesimo pagano che guarda alla fascinazione del polistrumentista originario tedesco e rilocato islandese per la vecchia scuola continentale scandinava tardo novantiana di Helheim (in questo caso ancor più affini al discorso in un più parzialmente recente “The Journeys And The Experiences Of Death”), Enslaved (specie di “Frost” e “Mardraum”), ma soprattutto agli Allegiance e ai Perished (forse pensando più a “Seid” che non a “Kark”), se non alle soluzioni più efferate dei suoi stessi Kerbenok (altrimenti più sperimentali e condivisi fino al 2008 ancora nello Schleswig-Holstein con il collaboratore visivo di una vita Christopher Duis, in “O” alle prese con la batteria), informa e stipa ogni sua fibra più esiziale nei solchi di debutto del nuovo progetto Fordæðuskapr.

Stefán Drechsler

E quando un membro della nobile casata o cerchia Árstíðir Lífsins propone qualcosa di nuovo -da solo o con altri che sia- va quasi da sé che in genere sia sempre bene prestare un orecchio o entrambi. A maggior ragione è il caso quando il progetto in questione è, ad oggi, l’unica esplorazione solitaria del compositore primo verso lidi ancor più cupi e mortiferi di quelli conquistati fino ad ora dal trio pangermanico con passaporto islandese. E in un certo senso proprio d’Islanda Black Metal contemporanea ma più magica che mai è il caso di parlare, trattando i novelli Fordæðuskapr: di seiðr, trolldómr, di magia nera norrena, di morte in mille fogge (barbarica, per mezzo delle armi dell’uomo, violenta per mare, per fiamma, per fauci o artigli di qualche bestia mitologica) e di tutto ciò che di più nefasto sta sotto alla superficie magniloquente e ieratica delle grandi e compilative saghe formato Árstíðir Lífsins, tra influenze perse nei meandri del tempo e linguaggi stilisticamente più moderni (specie per suono), si ascolta infatti nei sei compatti ma vitali brani di “Hræflóð Markar Fjalla”. La terra trema sotto i colpi rombanti delle terremotanti basse frequenze di una opener come “Rann Eldr Of Sjǫt Manna” (dallo squisito valore visivo, con quei suoi inserimenti di chitarre pulite tremolanti come fiamme psichedeliche in brevi distensioni, cariche di significato ed appresione, quasi fosse una pellicola di Eggers a metà tra la nordica narrazione onirica di un The Northman e i falò sabbatici condivisi con The VVitch), il cielo si fa nero e denso come catrame nelle velocizzazioni sanguinarie di “Benmánar”, e in generale l’approccio all-killer-no-filler alla composizione, con timing estremamente ridotti (fino a meno di quattro minuti) e riffing concentrato dalla squisita fattura, mostra un inedito lato maggiormente istintivo, sintetico e quasi conciso del solitamente ben più espansivo compositore, senza mai far suonare tuttavia alcun brano frettoloso o incompiuto.
L’esperimento che potremmo in un certo senso definire di reinvenzione di Stefán, qui comunque aiutato dal compagno Árni Bergur Zoëga in qualità di tastierista ospite sull’interezza delle tracce, prende insomma gli assalti più oscuri, immediatamente impattanti e soprattutto violenti degli ultimi capitoli della sua band principale e, dal magma da questi ultimi generato, tira fuori solidificato ed indurito come acciaio un intero, compatto album che potrebbe dirsi una interessante esplorazione parallela; tuttavia una perfettamente dotata di anima e caratteristiche proprie: dritte al punto, forgiate in una personalità che certamente richiama quella inconfondibile degli autori pennanti l’oscurità plumbea del più recente “Aldrlok”, infondendo con altre finalità la medesima apocalitticità soprattutto nei più lunghi episodi del lotto (title-track, con squisita malinconia, e “Á Mœkis”), ma che vira in una direzione affilatamente più caotica, disarmonica, ferale e snella al contempo benché gli arrangiamenti abbiano come al solito una finezza superiore alla media, oltre ad un afflato epico comune (per nulla latitante in “Grœfr Svall Gylfir Sjávar”, quanto nella non poco ambiziosa conclusione), nonché una ricercatezza che in barba alla brevità e per via della sua densità richiede necessariamente svariati ascolti per poter cogliere, con l’ingegno degno di un Sigurd, ogni sfumatura nascosta come un tesoro andvariano da Fafnir sotto l’assalto sonoro, spesso frontale benché barbarico e ricercatamente disordinato in termini di accomodamento musicale delle melodie e dei convulsi ritmi.
In un episodio estremamente identificativo del tono generale dell’album ed eloquente come “Ránar Vegr” (grande prova di storytelling musicale con tanto di esplosione simil-sinfonica ascendente centrale, prima del prelibato bagno di sangue finale ultra accelerato in burst-beat) o nella già citata title-track (dove troviamo anche la scrittura di Tómas Ísdal di Misþyrming, Naðra, Núll, ma soprattutto Carpe Noctem con cui il Nostro ha nel 2020 condiviso lo split “Aldrnari” con simili intenti estetici e poetici), si potrebbe in effetti dire che una parte degli Árstíðir Lífsins stia qui suonando Black/Viking scandinavo dalle memorie d’antan, crudo ed ultraviolento à la “Vrede”, “Blodörnsoffer”, “Seid” o “The Empire Of Agony” (Demonic), ma che lo sta facendo in quaranta minuti scarsi così come lo suonerebbe oggi un collega islandese preso in prestito dal collettivo Sól Án Varma (più che mai vero in “Benmánar”): ricco di pathos e creatività sotto alla nera coltre di rumore e discordanze, velocità ed intensità a non finire (un approccio che, complice la brevità, non fa venire a noia l’effettivamente eccessiva compressione sonora di batteria, voce e chitarre) e non privo di un sottotono pensoso; tutte qualità che fanno di “Hræflóð Markar Fjalla” il primo racconto in sei terribili malefici di una variazione sul tema che promette di evolversi in futuro ancor più distante dalle sue pur saldissime radici.

Stefán Drechsler raggiunge e centra dunque con il primo passo a nome Fordæðuskapr un obiettivo certamente non trascurabile o così comune come possa sembrare se osservato con disattenzione: realizzare un album che restituisca una chiarissima ed inconfondibile idea delle sue più profonde e spirituali radici stilistiche in termini di Black Metal, nonché del linguaggio comunque comune a quello usato in tandem con i suoi due più stretti e storici collaboratori negli Árstíðir Lífsins come (inevitabile) filtro primo, e che tuttavia, pur così essendo una versione per molti aspetti già delineati asciugata e dritta al punto del progetto principale, riesce a fornirne un nitido fotogramma alternativo e non meno interessante. Così tanto da non suonare nemmeno esclusivamente come una esplorazione parallela o un divertissement impiegato quale necessario svago nella routine artistica ormai consolidata degli islandesi, bensì un viaggio completamente autonomo; al netto delle debite somiglianze completamente a sé stante, chiaramente più comprensibile e forse anche più facilmente approcciabile qualora si abbia già dimestichezza con gli autori di “Eigi Fjǫll Né Firðir” o “Aldrlok”, ma dal valore intrinsecamente indipendente dalle circostanze e dall’innaturale gabbia della civiltà. Libero, padrone di sé e sovranamente decentrato, slegato dal concetto di tempo che viene compresso e brutalizzato dalle sue visioni di violenza antica e naturale, di fiumi della spada, di fatali lingue di drago, di bianchi capelli del mare che strangolano l’incauto – e di morte. Non dissimilmente dalla natura di quella cultura e di quella complessa mitologia dal valore universale al di là del linguaggio che, tra le sue oscure pieghe ed adombrate sfaccettature, Drechsler studia e mette parallelamente in musica tra Islanda, Norvegia, Svezia e Germania da una ventina d’anni a questa parte, in effetti…

– Matteo “Theo” Damiani –

Precedente Febbraio 2026 – Prison Of Mirrors Successivo Weekly Playlist N.10 (2026)