Maggio 2026 – Downfall Of Nur

 

Maggio ci ha fatto sentire nostalgici, in qualche modo. No, non nel modo che state pensando (e no, nemmeno in quell’altro). Ci ha fatti sentire per tutto il mese di trovarci di nuovo in quel preciso e per qualcuno inconfondibilmente irripetibile momento di spazio-tempo che, da chi ha avuto il piacere di viverlo, può essere sommariamente identificato tra il 2000 ed il 2005 stando larghi: un momento in cui i dischi di un Metal estremo per molti versi in crisi (o ricerca?) d’identità ai piani alti del mainstream non avevano (in barba ad ogni discorso di occhio continuamente teso alla vendibilità anche erroneamente fatto a posteriori da qualcuno, e ancora in piena epopea del compact-disc e delle sue -non più così nuove, ma diciamo attuali- possibilità di durata) alcuna paura di uscirsene lunghi un’ora e dieci, un’ora e due minuti; lunghi magari un’ora e un quarto senza che venissero tacciati di alcuna pretenziosità, e anzi, forti al contrario di reparti grafici dallo studio accuratamente pianificato, dedicato, esclusivamente taylor-made per tradurre visivamente la musica dal Travis Smith (con la sua direzione concettuale) o Timo Ketola (con le sue intuitivamente visionarie capacità di layout) di turno. In sostanza: fatti della squisita ambizione di creare un viaggio; un mondo che fosse altro, che fosse immenso ed infinito in termini di esperienza e di regalo dalla natura eterna e sempre viva a chi volesse accoglierlo in tutte le sue sfumature, nel giardino di delizie arcane che poteva e doveva esso stesso essere.
Vi è una certa bontà (ma anche una sicura pigrizia e furbizia, se vogliamo) nella corsa alla riduzione delle tempistiche complessive nei dischi dal 2010 in avanti: sempre più vicini alla quarantina di minuti (come se i lati di un vinile fossero ancora il limite, e non il cielo notturno ormai squarciato dalla fiamma dal Nord), sempre più approcciabili, sempre più immediati. Sempre più intercambiabili. Sempre più fondamentalmente bypassabili e dimenticabili nel giro di qualche anno. E lo sappiamo: fa strano forse, letto scritto da chi ogni giorno da quindici anni fa quello che facciamo qui su Pagan Storm Webzine; ma questo viene detto proprio in virtù della incredibile bontà (ed eccezionalità al discorso) di ciò che approfonditamente trattiamo per merito su queste pagine. Anche e soprattutto di quella dei dischi corti da noi amati e proposti non meno di quelli lunghi negli ultimi quindici anni. Ognuna di quelle opere eccettua la regola sommariamente evidenziata, in positivo – ma questo non toglie la malcelata predisposizione (e affetto) del sottoscritto e dei suoi collaboratori per il formato lungo (solo qualora necessario e veicolare, va da sé) su formato lungo. Leggasi: un full-length che sia full di qualcosa, per una ragione, e non solo riempito.
È dunque con una soddisfazione personale che rasenta la gioia delle più inaspettate (perché nate dalla casualità) che ci apprestiamo a presentarvi, nel poker di maggio selezionato per voi, quattro dischi dalle rispettive durate di un’ora e venti (!) minuti, un’ora e un quarto, un’ora e dieci, ed un’ora e sei – quattro mondi che non hanno alcun timore ad esserlo. A mostrare insomma un gran bel ed indisponente, utilitariamente scomodo dito medio che nient’altro dice se non un catartico e spettacolare prendere o lasciare, suggerendo il proprio menefreghismo opportunamente respingente nei confronti di tutti coloro i quali, nessuno escluso, si dimostrino in fondo degni giusto di lasciare. Avversi dunque all’utilità, al tempo che scorre e ai tempi che corrono, allo sconto, allo svendere la propria anima alla cosiddetta fruibilità, nonché a chiunque non sia in grado di donare loro l’attenzione, la riflessione e la passione che meritano.

 

 

Quello dei Downfall Of Nur è l’esempio più concreto ed alto del disco difficile soprattutto per chi, come il sottoscritto, ha amato alla follia i Downfall Of Nur fino all’ultima apparizione aurale del 2016. La “Mater Universi”, che aveva compositivamente lanciato nell’iperuranio le aspettative emotive di chi scrive, rivive qui in una maniera che sulle prime può e forse deve sembrare anomala: perché figlia dei differenti dieci anni successivi, di crescita personale e di un’analisi del mondo che si concede allo stesso senza accordare alcuna tregua né riduzione al minimo termine folkloristico che non sia irrimediabilmente integrato nella fabbrica stessa del cuore battente e del turbamento fattosi musica nel magniloquente, immenso “And The Firmament Will Burn To Quench The Pain Of This Earth”. Un titano di disco del quale si potrebbe parlare per tutta l’ora e venti che dura ed oltre (specie nelle inaspettate differenze, di suono e anche di approccio, rispetto al classico moderno “Umbras De Barbagia” – e si compierebbe una operazione fondamentalmente inutile, tradente l’identità del progetto di Antonio Sanna anno 2026) e all’estesa ombra del quale, allo stesso tempo, ogni significativa parola viene meno; rimasti attoniti di fronte alla bellezza, al prodigio di una preghiera dall’animo e dalla visione pagana per i tempi odierni e a venire, nella sua straziante resa universale e schiacciante grandezza intuitiva oltre ogni linguaggio (in questo, differente da chiunque) da assorbire con una lentezza che sta tutta all’ascoltatore. Perché per una volta, come in un tempo che sembrava ormai dimenticato, il secondo full-length dei Downfall Of Nur è il disco che è – e davvero non potrebbe essere stato fatto altrimenti.”

C’è un qualcosa di profondamente lento, epidermico e sottile da afferrare nella musica dei Downfall Of Nur che, quando si ripresenta negli anni dopo evidenti lavori di levigazione e progressiva costruzione, viene realmente da immaginarla come avulsa da qualsiasi contesto contemporaneo, radicata in un folklore che rurale lo è nei modi e nella delicatezza ancora più che negli strumenti che le danno voce. Così, pur senza quei particolarissimi fiati campionati, suonati o ricreati digitalmente in “Umbras De Barbagia”, in “And The Firmament…” si respira una tensione drammatica che s’invola dalla Sardegna verso gli sterminati e sovrastanti oceani di stelle; una monumentalità se vogliamo anche effimera come la vita, che abbozza nella notte i tratti scuri di un’arcaicità perduta, confusa tra le folate di vento di un Black Metal dalla sincerità e dall’intensità rarissimi. Il nuovo lavoro di Antonio Sanna non soddisfa infatti con immediatezza tutte le aspettative legate alla sua gestazione, ed è un assoluto bene: perché le supera riflettendo al contrario tutti i caratteri di un’opera appassionata, lunga, intima e spettacolarmente complessa sotto la coltre; ma lo sciabordare nero delle sue onde elettrostatiche entrerà molto facilmente in risonanza con le frequenze di chi avrà modo di ascoltarlo con la dovuta attenzione o spensieratezza.”

Anni e anni di attesa ripagati appieno da questa nuova fatica dei Downfall Of Nur, progetto Black Metal tra l’Ambient e l’atmosferico di classe sopraffina e rara bellezza che rende omaggio alla Sardegna attraverso un concept affascinante ma allo stesso tempo straziante e doloroso. Assolutamente geniale sia l’idea che il modo di accostare composizioni dal peso specifico particolarmente elevato, mai come ora cariche di tensione e sforzo emotivo, ad una serie di (anche lunghi) intermezzi che vanno sia a spezzare che a impreziosire la maestosità delle gargantuesche tracce principali, consentendo a chi ascolta di ammirarne la bellezza senza però restarne abbagliato e sopraffatto. Difficile anche descrivere ciò che si prova durante l’ascolto, dato che l’artisticità profonda del prodotto rende l’esperienza immancabilmente quanto estremamente personale; l’unica cosa da fare è immergersi a fondo e godere di questa incredibile opera.”

Quando si sono attesi la bellezza di undici anni per un disco, allora lamentarsi di qualche eccessiva lungaggine suona pressoché ai limiti della presa in giro; in fondo la musica dell’entità Downfall Of Nur, alla stessa maniera di quella dei Darkspace e di pochissimi altri monicker, ha imparato a trascendere le usuali dinamiche dell’ascolto Metal, lavorando tanto sulla titanica dilatazione delle tracce suonate quanto sugli inserti di natura maggiormente Ambient, favorendo così una fruizione al tempo stesso attiva nella distinzione dei singoli particolari (specie i lead di chitarra, e-bow e sintetizzatore) e passiva nella percezione di un’atmosfera angosciante, eretta sin dall’intro e subìta sino alla conclusione per certi versi anti-catartica. Sospesa tra la dimensione concreta e dolorosa suggerita da artwork e campionamenti e quella onirica ed estatica illustrata nelle liriche e nella devozione assoluta alla natura come concetto di universalità, di dolore e di guarigione, la Sardegna secondo Antonio Sanna torna così dopo un decennio abbondante ad essere epicentro di vicende tanto sanguinose quanto inevitabili; narrate non a parole ma costruite sull’immaginario di chi ascolta opportunamente stuzzicato da una proposta difficile, a tratti respingente, eppure dal magnetismo più unico che raro nell’odierno panorama Black, specie in quello afferente ad una cultura che resta a tutti gli effetti nostrana.”

L’incredibile sesta uscita degli inglesi A Forest Of Stars: “Stack Overflow In Corpse Pile Interface”, come sempre dono di Prophecy Productions, che potrebbe essere (e può darsi che sarà anche, per qualcuno inabitante queste pagine) non solo il disco del mese di maggio, ma quello dell’intero 2026. Quel che è certo invece è che un’opera di tale valore ed unicità lo merita: perché niente suona come gli A Forest Of Stars delle sei nuove, sbalorditive composizioni.

Un disco interamente composto tra il 2018 ed il 2022, e spietatamente scartato di peso, un po’ come nel caso di dei Moonsorrow alle prese con il successore di “Kivenkantaja” poi materializzatosi nel sorprendente “Verisäkeet”, è valso alla creazione di “Stack Overflow In Corpse Pile Interface” dei britannici del Gentlemen’s Club® degli A Forest Of Stars. Eccentrici, testardi e abili come non mai, provenienti da un’altra era che però non si afferra mai bene quale effettivamente sia, perché dello spirito prima ancora di essere incastonata nella storia umana. La follia pura degli arrangiamenti (non solo vocali) di composizioni come “Ascension Of The Clowns” (che apre) e “Not Drinking Water” (che chiude) esprimono con storytelling d’altri tempi un magnetismo, una magia, una individualità ed un saper fare che plasmano ogni nozione di Avantgarde e progressività albionica in una proposta che gioca con il Black Metal, il Folk Rock ed il Folk autenticamente detto, l’Heavy britannico, la psichedelia, il cantautorato dalla pittoresca campagna del West Yorkshire e qualunque espressione venga in favore del bricolage autoctono del collettivo dei sette, in un’ora e quasi un quarto di effettive, lunghissime e parimenti dense canzoni senza forme e senza alcun interludio: come in un fluire continuo e circa indistinto, davvero arduosamente separabile o sezionabile (eppure magistralmente orecchiabile) di mistero ed esplorazione dalla lettura costantemente artistica. Una band dal talento, dal coraggio e dall’indipendenza attualmente ineguagliabili.”

Lo spirito ottocentesco del cupissimo “Grave Mounds And Grave Mistakes” cede il passo ad un carrozzone folle e variopinto di gentlemen dall’attitudine avanguardistica più pura e delirante che mai. Aggiungendo alla già splendida formula un piglio altamente instabile che serpeggia fra le sezioni più Folk e Progressive, gli A Forest Of Stars tradiscono una malcelata introspezione dalla frenesia acida, parente dei Dødheimsgard dell’ultimo “Black Medium Current” ma radicata in una tradizione così autoctona, personale e DIY che prende colore e forma in una release che non solo è suonata dai suoi membri, ma anche dipinta e -per certi formati- addirittura confezionata dagli stessi. Con uno sguardo ironico rivolto alla modernità così fuori dagli schemi come non se ne vedevano e sentivano forse da “Neonism”, e supportato dalle sempre torrenziali e sagaci trame vocali di Mister Curse, gli inglesi portano avanti fieramente quel loro sound unico, dimostrando ancora una volta quanto malleabile possa essere quell’eclettismo britannico tanto sopra le righe, ambizioso e spregiudicato, eppure così raffinato e dal luccichio magico, antico ed incorrotto.”

Ritorna l’eclettismo folle da circo degli orrori targato A Forest Of Stars in una veste ulteriormente rivisitata, capace di esprimere ancora più carattere e pathos rispetto ai dischi passati. Tutto ciò che contraddistingue la band, dai richiami all’Avantgarde, al Progressive e al Black Metal, raggiunge il proprio apice in questo nuovo, ambiziosissimo progetto di album, confezionando un’esplosione di decadenza, folklore e malinconia con ben pochi eguali. Il tutto viene accompagnato alla perfezione dal consueto, lacerante e delirante cantato in scream, da soavi vocalismi femminili e dalle ormai ben note parti parlate, non cantate, che costituiscono uno dei marchi di fabbrica più importanti ed inconfondibili del gruppo. All’interno di “Stack Overflow In Corpse Pile Interface” credo infatti di aver trovato la miglior sintesi dell’intero repertorio degli A Forest Of Stars ad oggi, autori di un disco assolutamente da non lasciarsi sfuggire.”

Incredibile ma vero: i Dimmu Borgir. Perché in “Grand Serpent Rising” ritroviamo una band che, nel bene come nel male, non sentivamo da quel lustro scarso intercorso tra “Spiritual Black Dimensions” e “Death Cult Armageddon”, senza referenzialità specifica. Non un ritorno alle origini (benché…!), quanto un ritorno alla proverbiale forma migliore se mai ve ne sia stata una effettivamente migliore – il decimo dei titani del sinfonico nella cultura popolare è un disco da sentire.

Difficile rimanere indifferenti all’ascolto di un disco dalle fattezze di “Grand Serpent Rising”: vuoi un po’ perché era ormai decisamente illecito aspettarsi una forma simile da autori come i Dimmu Borgir, comunque -e va detto- sempre assolutamente rispettabili, al netto dei risultati qualitativi, nella loro visione (spesso claudicante) di un Black Metal sinfonico passante le ere musicali del progetto senza particolari concessioni al trend del momento – e anzi, abbastanza contraria a quel che i fan avrebbero voluto ascoltare da loro ieri come oggi; un po’ perché, in un’epoca di revivalismo imperante di un certo linguaggio di cui la band di Silenoz e Shagrath è in un modo o nell’altro capostipite con i vari “For All Tid” e “Stormblåst” (ma soprattutto, ad oggi, con “Enthrone Darkness Triumphant”), fa specie sentire un tale ridimensionamento orchestrale in favore di una nuova attenzione al synth (anche un po’ d’annata, di quelli plastici, amatoriali e grandemente sintetici che tanto bene sposano le frequenze del Black novantiano) semplice eppure altamente ficcante, di tempi gustosi, di una malignità ritrovata sotto alla coltre della mascherata evil ed antiquariata o fantastica come da copione: insomma, tra esagerata teatralità e barocchismo, tutto quello che ha fatto fare tanto successo ai tardissimi epigoni del gruppo di Oslo che mai ne ammetterebbero l’ovvia influenza oggi. E si pone dunque un quesito non banale, a cui pronto il mondo risponderebbe con la banale quanto facilonamente sbagliata accusa della fantomatica ispirazione mancante: cosa renderebbe “Grand Serpent Rising” un album meno apprezzabile di tutto il filone di Black sinfonico, medievale o fantastico che spopola oggi tra le nuove leve senza apparentemente sbagliarne uno che sia uno soltanto? Perché fuori da ogni atteggiamento prevenuto una cosa è certa: “Grand Serpent Rising” non è in sostanza, per ambizione e per una maturità compositiva che altri possono giusto sognare, un disco peggiore di bene o male nessun altro in questo filone attuale. Un disco vario, con pezzi da novanta sempre più coinvolgenti man mano che ci si addentra (si pensi a “The Exonerated”, “Recognizant” o “Shadow Of A Thousand Perceptions”, e prima ancora la melodicissima, quasi foralltidiana “Slik Minnes En Alkymist” o la stramba “Phantom Of The Nemesis”), a suo preciso modo orgoglioso e, in sostanza, ottimamente riuscito per chiunque apprezzi la recente rinascita o nuova esplosione del sinfonico nel Black Metal.”

Ma quindi era tutta colpa di Galder? “Grand Serpent Rising” evita di dare una precisa risposta che sia veramente univoca a questa domanda, ma si concentra invece sull’assemblare un’ora e dieci minuti di variegata ricapitolazione dell’intero sound della premiata ditta di Oslo, riletto però secondo un’ottica più ruvida e per certi spogliati versi Rock rispetto al passato recente. I paragoni con trent’anni fa sono come sempre fuori luogo, eppure il ridimensionamento dell’elemento orchestrale ed il ritorno della chitarra come perno di riff e armonizzazioni centrali alla composizione non può che far piacere ai numerosi estimatori di episodi tipo “Spiritual Black Dimensions”; e proprio da quella fase mediana tra 1999 e 2003 arriva se vogliamo la ritrovata dinamica che è l’altro ingrediente segreto di questo lavoro, elemento pressoché assente nella monolitica produzione dell’ultimo ventennio ed invece punto di forza assoluto in ogni fase più riuscita e memorabile della carriera di Silenoz e Shagrath. Per quanto allora non manchino certe pecche, quali un minutaggio impegnativo ed un’identità non sempre spiccata come in altri illustri capitoli della discografia, anche soltanto la sensazione di ascoltare l’ultimo dei Dimmu Borgir senza però ritrovarsi con sguardo assente ed encefalogramma piatto (al contrario) vale onestamente almeno un tentativo di ascolto da parte di ogni blackster.”

L’ultima ora abbondante la passiamo in compagnia dei Panopticon dal Kentucky (per spirito, geograficamente ormai dal Minnesota), progetto da sempre poco trattato dalle nostre parti per il valore particolarmente discontinuo delle uscite, e che nondimeno sta convincendo in maniera gradualmente sempre più ferma il nostro Kirves, che ha trovato nel nuovo “Det Hjemsøkte Hjertet” uno dei più bei parti di sempre di Austin Lunn.

Il disco del 2023, “The Rime Of Memory”, ha riaperto un sentiero nella discografia dei Panopticon che li riconduce verso un approccio organico alla composizione di opere dall’ampio minutaggio, in linea con una visione d’insieme molto più chiara e che convoglia con classe la componente esperienziale del Black Metal atmosferico del progetto. Ripartendo quindi da quelle linee di violino dall’eleganza classica alla “Marrow Of The Spirit” e dalla parentesi acustica di “Laurentian Blue” -in parte fine a sé stessa ma apparentemente formativa-, Austin Lunn trova in “Det Hjemsøkte Hjertet” (Bindrune Recordings) l’occasione per sfoderare una varietà di stili ed esperimenti che non metteva in gioco dai tempi di “Roads To The North”: un lungo viaggio che, come nel tramite di capitoli di un diario, esprime una moltitudine di sensazioni e umori, esaltando le peculiarità del sound del progetto statunitense e seguendo le tappe di una tracklist appassionante, che va dall’immersivo crescendo dell’opener a momenti di grande pathos come “The Great Silence, Extinct” o la drammatica “A Culture Of Wilderness”.”

Una piccola ma si spera comunque esaustiva menzione di passaggio prima di chiudere la meritano anche i sempre solidi Dauþuz, con il nuovo “Todeswerk: Uranium II” (Amor Fati Productions) autori del seguito del (almeno da noi) premiato primo capitolo concettuale “Uranium” del 2024, nonché di un disco che -al netto della sempre evidente predisposizione al sottile labor limae sulla medesima formula piuttosto che all’evoluzione più preponderante o alla sorpresa in sé di album in album dall’ormai temporalmente poco vicino (ma stilisticamente alquanto prossimo) 2016 di un debutto fulminante come “In Finstrer Teufe”– stupisce per una tutta nuova attenzione a tastiere ed uno sforzo di arrangiamento molto più coesivo (forse anche aiutato dal lavoro di un batterista per la prima volta esterno al duopolio compositivo), più piacevolmente narrativo ed immersivo che nel comunque qualitativamente roboante passato recente. Ottimo ritorno anche per i francesi Haemoth (molto meno prolifici: non si sentivano al contrario dal buon “In Nomine Odium” del 2011) che si ripresentano con il nuovo “Black Dust” (Agonia Records) in una veste per certi versi più avvicinabile al piccolo classico underground “Vice, Suffering And Destruction”: sottilmente industriale in termini di spietata freddezza meccanica scavata e svuotata di ogni emozione che non sia la negatività imperante, ma tagliente come poche cose al mondo e nerissimo come la notte più profonda. Non male davvero nemmeno la prima e grintosa prova di un certo Jake Superchi (Uada, Ceremonial Castings) alle prese con il debut “The Once Forgotten Ways Of Old” (Eisenwald) per i riesumati Serpent Lord: descrittoci come Black Metal pagano e d’annata, idealmente ancora una volta metà-novantiano (un po’ come dovesse uscire dalla Polonia del 1996), in realtà molto più vicino allo stile e all’identità comunque non banale del primo e proprio quest’anno decenne “Devoid Of Light” della band principale, promessa al contrario ormai persa su altri e ben meno piacevoli binari…

 

Matteo “Theo” Damiani

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