Artist: Hexvessel
Title: “Nocturne”
Label: Prophecy Productions
Year: 2025
Genre: Black/Folk Doom Metal
Country: Finlandia
Tracklist:
1. “Opening (Intro)”
2. “Sapphire Zephyrs”
3. “Inward Landscapes”
4. “A Dark & Graceful Wilderness”
5. “Spirit Masked Wolf”
6. “Nights Tender Reckoning”
7. “Mother Destroyer”
8. “Concealed Descent”
9. “Unworld”
10. “Phoebus”

“Ora capiranno perché hanno paura del buio – ora sapranno perché hanno paura della notte…”
Perché nel cuore di ogni sfolgorante stella vi è una oscurità: una madre distruttrice che precede il suo esterno bagliore e che dall’interno lo bilancia, fa sì che pure nella più soleggiata giornata dello spirito possa e debba albergare anche una dose di tenebra, in agguato dentro ogni splendore e dentro ogni essere vivente per poter affrontare il mitico viaggio nel mare nero della notte. L’insieme delle possibilità magiche e sinistre offerte da quest’ultima, l’uccello dalle ali nere del principio nella mitologia orfica, è così riassunto nel potere oracolistico della sua natura di tragitto e pertanto di spostamento, di movimento che incute timore, feconda il vento invisibile nel buio con un pizzico di gelo lasciato cadere come neve sui tetti dei viventi, ignari del significato autentico dei suoi misteri mortali ma nondimeno dalla loro intangibile essenza eternamente spaventati perché in questo strano e silenzioso, prezioso sapere magico notturno vi è in fin dei conti quello delle imperscrutabili divinità e degli antenati: del mistero sulla terra dei morti di un Neruda (che assume qui i contorni simbolisti della oscura Toteninsel di Böcklin trasfigurata in quella biomeccanica di Giger), della domanda riguardo cosa vi sia oltre quella oscurità impenetrabile, dei suoi universi non visti e dell’eternità che, avvolta da questo lato oscuro dell’esistenza e dell’inesistenza, divengono nella collettività meno incline all’ignoto e alla trasformazione minaccia ed imprevedibilità, intensificando il sentimento di estraneità, di sogno, di doppio fondo illusorio ed alterità che la notte, con il suo solo incombere, porta con sé.

Ma in questo cuore di tenebra, o meglio a corollario d’esso, vi è quella luce ancora presente ed indispensabile nel calar del sole che è il momento in cui l’ombra dello sciamano, accompagnatolo durante il giorno, si separa dalla tangibilità del corpo per entrare con la sua tetra diafanità nei regni dell’invisibile all’occhio, dell’inconscio, in un dialogo con le stelle che bucano la notte come neve su di un paesaggio notturno: quello di “Nocturne”, un dipinto ed un viaggio in musica in dieci teatrali atti dove il sole nero, il Nigredo dello stadio alchemico, eclissa l’io per l’intrusione dell’inconscio nel discorso. Un incontro, per gli Hexvessel di Mat McNerney e i suoi tre scelti accompagnatori principali su disco (riconfermati a line-up definitiva dopo “Polar Veil”), con la morte ed il silenzio, con la stasi apparente di questa notte eterna, eppure un’oscurità tanto transitoria e mobile quanto assolutamente necessaria per arrivare al nucleo di ogni cosa, alla creazione e ridefinizione inerente nell’atto di dare la vita.
In questo preciso ancorché metaforico intervallo artistico di non-manifestazione induista dove tutto si ferma per procedere verso nuovi porti creativi nasce “Nocturne”, originariamente commissionato dal prestigioso Roadburn Festival nel 2024 (come sempre più comune: si pensi alla “Úlfsmessa” islandese del 2016, anni dopo collettivamente collimata nel progetto Sól Án Varma dell’omonimo album anno 2023, oppure ai Triptykon del completato “Requiem” nel 2019), un solo giro di Terra intorno al Sole dopo la manifestazione del primo disco in cui Kvohst e i suoi hanno per certi versi completamente reinventato il suono dei mutaforma finlandesi nel passaggio tra il settantiano “Kindred” e la glaciale distorsione dell’attualmente penultimo lavoro in studio. Tra crepuscolo, vespro e tramonto, vale a dire l’insieme di momenti in cui terra e cielo si uniscono, le dimensioni del materiale e dell’irreale, dell’alto e del basso divengono una cosa sola dove i gufi bubolano insieme a degli Hexvessel sempre più convinti della propria nuova dimensione tra cantautorato, folklore nordico, Doom britannico, Black Metal scandinavo ed avanguardia solstiziale, come di un T.S. Eliot dall’animo pagano in cerca di riconciliazione con lo spirito più mistico ed occulto della natura, dunque ben più che formalmente su un palco di Tilburg, prende struttura questa “Music For Gloaming: A Nocturne by Mat McNerney with the Hexvessel Folk Assembly”, che tanto fa dell’attuale presenza “Polar Veil” il suo doppelgänger autoriale e completamento, una sorta di gemello cattivo dall’anima più intima ed oscura ad oggi mostrata dal gruppo, dove le influenze e le inclinazioni del 2023 vengono riconfermate ma rese oggi un agglomerato ancor più coerente ed inscindibile.

We are for the dark: willingly lost… […] Not for death: but alive in fire − agli Hexvessel non interessa del resto sparire nella notte: in essa annullarsi, confondersi, trovare conforto come mere creature del buio ed albergarci vita natural durante; nella precisa natura trasformista e mutaforma della creazione di Mat McNerney fin dal misterico “Dawnbearer”, passando per i cangianti stati di “No Holier Temple” e “When We Are Death” (al netto delle abissali differenze stilistiche, forse il capitolo concettualmente più affine nell’approccio del parallelo morte-notte al disco in oggetto), gli Hexvessel di “Nocturne” sono sì ed ovviamente interessati alla notte, ma ad imbarcarsi in rotta verso la sua oscurità tra le serali, scioglievoli note dello squisito pianoforte della scenica “Opening” con il prefissato fine di uscirne. Per scoprirne i segreti e farli propri, come fatto in passato con quelli magici ed apotropaici del mondo naturale at large, ma sempre con quella riverenza dello studioso che sta approcciando una materia su spalle di giganti più larghe delle proprie; che vi parla pertanto con la dolcezza della poesia, con quel rispetto timoroso e saggio come di un albero secolare, in questo caso rimasto sepolto sotto ad una bianca coltre di gelo, al più per farsi avvolgere da quella nera coperta silenziosa che cala allo scomparire di ogni diurno lucore più violento.
Ma per l’appunto e proprio per questo, il viaggio di “Nocturne” è per antonomasia all’interno della notte ed al suo albeggiante termine destinato: non immobile, non mera elegia crepuscolare, piuttosto in movimento tra stati d’allerta attenta tradotti in squisito lirismo poetico della più raffinata stirpe albionica. Differentemente dalla celebrazione (per quanto tremendamente efficace) devota e quasi religiosa dei connazionali Horna nel recente “Nyx”, un lavoro di fino quale “Nocturne” si fa un’odissea più ragionata, questionante, d’intrepida esplorazione e dialogante attorno al fuoco, alla sua sacralità che illumina e scalda la notte con bagliori tiepidi; si fa notte come luogo sospeso nel tempo e nello spazio che assume contorni e connotati mitici, regole proprie ed un linguaggio arcaico e universale ma specifico, riflettente pura liminalità nei bizzarri accostamenti espressivi e di genere di episodi come “A Dark & Graceful Wilderness” e “Phoebus”.
Chi ha amato “Polar Veil” è dunque in procinto di addentrarsi ulteriormente nei medesimi meandri creativi e fiabeschi (in senso grimmiano, o di Asbjørnsen e Moe, se ve n’è uno) in partenza dall’estremo Nord del mondo, mentale e fisico. “Nocturne” annerisce ed incupisce l’esplorazione del suo predecessore regalando un’ancor più iconica e distintiva ricognizione musicale nel ribadito mix d’influenze di Kvohst condiviso con Kimmo Helén, Jukka Rämänen e Ville Hakonen, laddove il velo artico calato sul mondo degli Hexvessel tre anni fa arriva, fattosi squisitamente iniziatico, yöllinen e caliginoso, a coprire il lucore delle stelle dal loro interno. Devianze di cantautorato Folk (l’acustica “Concealed Descent” ma anche l’elettrificata “Inward Landscapes”), ambientazioni quasi-pagane e totemiche (l’eccezionale ballata in minore tra mondi reclamati di “Spirit Masked Wolf”), straziante e dissonante nerezza infuocata nel cielo del nord (l’inedito gelato ardore non esclusivo a “Sapphire Zephyrs”), luttuoso Doom (“Nights Tender Reckoning”, dove si sfiora quello funereo finnico) e persino accenni di Americana (come già avvenuto in “A Cabin In Montana”) arrivano per più di un attimo, tramite le sperimentazioni soprannaturali di una “Mother Destroyer” che lascia a bocca aperta e nella straniante, illusoria visione “Unworld”, finanche a lambire i territori psichici di “Black Medium Current” dei Dødheimsgard (non a caso, considerata la genesi dall’afflato collaborativo per così dire allargato, su palco, e dalla presenza effettiva di Vicotnik alla voce) o dello stesso Mathew in una rarefazione ricalcolata in bpm ed atmosfericamente arricchita di “Supervillain Outcast”. Tutte le influenze inaspettate di “Polar Veil” ed altre ancora si fanno così indistinguibili, allungandosi in timing e scopo a meraviglia, nello stile non più disgregabile di “Nocturne”: un cammino sinteticamente sempre più unico al centro algido delle ore buie e ritorno, su ali di zefiro, in paesaggi interiori e nel cuore più remoto di ogni astro dove alberga l’oscurità di mille notti in una − quella a cui l’album diventa tributo vivente più che tempio immoto, alla notte che abbraccia e si sostituisce al mondo intero strisciando come un serpente dalle ali di civetta, nel passaggio dal suo crepuscolare inizio all’albeggiare dei raggi di Febo, hvis lyset tar oss. Ma proprio per questa ragione è anche, se non soprattutto, il processo di sopravvivere con meraviglia -non necessariamente illesi o incolumi e sicuramente trasformati per sempre- a questa notte dall’eterna durata. Ed è nei suoi chiarori, all’interno della più pesante oscurità centrale, che questa viene bucata e resa imprevedibilmente trasognata come quel curioso rito di passaggio tra stati, tra percezioni, tra il sentire e il vuoto che chiamiamo vita adornandoli di ogni genere di esperienza sensibile ed insensibile sulla terra: uno scenario che, giunti alla fine dei dieci atti, non è poi più così certo appartenga esclusivamente al reame dei vivi.
Difficile dunque prendere una ferma posizione in questa discutio, se schierarsi con Douglas Pearce e David Tibet per cui la vita è nient’altro che un sogno, se coi Progenie Terrestre Pura per i quali è un respiro o per il David Lynch per il quale pare essere un’illusione in cui nulla è come sembra. Ma un disco come “Nocturne”, un dialogo tra tutte queste inerenti liminalità di Poe, Laurie Lee e Rilke, una miriade di stelle d’animismo Navajo mostrate agli occhi soltanto dalla notte cupa (per dirla alla Walt Whitman), tra Aretha Franklin e Nocturno Culto, soprattutto se dovutamente appaiato al suo in qualche modo gemello e speculare “Polar Veil”, sembra suggerirci che in fondo non ha senso scegliersi un veleno tra i possibili che descrivono lo scorrere dell’esistenza con una metafora o l’altra: perché il confine semantico ed eziologico da ritrovarsi nella fugacità, nella transitorietà in qualunque caso e foggia di sogno, illusione, oscurità o soffio che sia, è tanto fragile quanto sa esserlo nei fatti tutto ciò che compone la vita. Il canto di un uccello, lo sciogliersi scricchiolante della neve sulle fronde di abeti secolari in foreste silenziose e solo apparentemente immote, lo strider di una civetta che riempie di terrore ma anche di cognizione di sé nel tempo e nello spazio durante la notte, lo scottar del sole prima di trovar ristoro nell’oscurità suadente, il mistero che ammanta tutto ciò ed infinito altro ancora. Lo stesso mistero che ci consegna un album unico alla maniera di “Nocturne”, devoto alla notte come simbiosi espressiva non di morte ma di un paesaggio di vita nascosta che nondimeno brucia non dissimile a fuoco oltre quel velo polare di osservazione da una distanza, dal di là e proprio al fine d’ivi ritornare: di andare là, dove nemmeno le crudeli grinfie del tempo arrivano. E tutto questo avviene soltanto nella nostra mente, nell’affascinante eppure terribile potere che in questa alberga, chiaro: ma ciò lo rende per caso meno reale?
“Lo so: se la vita è un’illusione, allora anch’io sono un’illusione, e così stando le cose, l’illusione è reale per me.”
– Matteo “Theo” Damiani –
