Artist: Der Weg Einer Freiheit
Title: “Innern”
Label: Season Of Mist Records
Year: 2025
Genre: Black Metal
Country: Germania
Tracklist:
1. “Marter”
2. “Xibalba”
3. “Eos”
4. “Fragment”
5. “Finisterre III (Interlude)”
6. “Forlorn”

Nur einen Wunsch trag ich mit mir in diese Gruft: den Keim des Lebens...
L’onnipotenza del lemma nella sfera creativa, se si guarda alla produzione lirica e poetica nel particolare, specchia un precetto di fondante importanza, alla base forse dell’intera natura umana: la parola, divenuta magia e rito nella sua elaborazione, una volta sgorgata dal dischiudersi delle labbra o generata dal sanguinare della penna accolto nella porosità simbolica della compagna fibra di cellulosa, ci ricorda quanto la mente che la crea sia a sua volta onnipotente sul corpo e sullo svolgersi degli avvenimenti nei confronti dei quali quest’ultimo è, fondamentalmente, impotente o mero braccio armato. Ma tornando al singolo atto di produrre o proferir parola, è probabilmente chiaro quanto quest’arma a doppio taglio che tanto allevia dolori come una carezza materna quanto sa e può fendere quale spada delle più affilate e nefaste, sia l’agente creativo primo ed ultimo (tolto per un attimo dal discorso il parzialmente più banale aspetto comunicativo a cui ogni giorno si presta) che agisce come chiave per la trasformazione: il cambiamento, di forma o stato, il passaggio che cercano -proprio con l’uso della parola- i canti fin dalle tradizioni antiche e, sostanzialmente, in ogni civiltà umana che abbia preceduto la nostra. Persino in un mondo che sembra sempre meno propenso allo spender parole, o ironicamente allo spenderne così tante e replicate artificialmente, private del proprio inossidabile contesto culturale, da annullarsi tra loro in uno spaventoso esito di rumore bianco che ottenebra ogni reale comunicazione di significato, la voce (in senso lato) e la sua espressione fattasi linguaggio sono ancora la capacità incarnata della mente di modellare la realtà che circonda una materia, la quale ne resta riflesso incondizionato benché conditio sine qua non alla sua esistenza.

Das Innern, das Innere, l’intérieur, intus – il concetto di inner, d’interiorità, del profondo intrinseco di un oggetto, di un simulacro, ci ricorda esattamente questo: quanto la parola, nella sua mutazione che più cambia e più resta la medesima, ridotta al suo minimo termine sia l’unità fondamentale dell’idea, del pensiero che la nostra comprensione plasma e che alla realtà dà vita in un soffio d’esistenza. E nello specifico di “Innern”, l’imperativo assoluto è chiudere gli occhi che su questa realtà danno, come finestre aperte da ottenebrare, e guardarsi dentro. Cercare di scrutare in maniera crescente qualcosa nell’oscurità della mente (quella che ci aveva lasciati pietrificati all’una di notte in “Noktvrn” quasi cinque anni fa), nelle sue trappole, nei suoi ostacoli anticarro che dal fondo emergono come stalagmiti i cui contorni sono rischiarati da un rossore sanguinolento. Al suo interno, vale a dire all’interno di quella pesante zona d’ombra fermata come immagine ed esplorata dal quartetto tedesco nel suo quinto album, operano a loro volta l’analisi filosofica ed il viaggio di “Innern”, verso lo scivoloso concetto di addentrato ed intimo, di recondito e fragile, di abissale eppure esposto a nudo e frangibile se scavato fuori dalla sua seclusione. Il sesto full-length dei musicisti sempre guidati dalle intuizioni e dalla scrittura via via più fine e quintessenziale di Nikita Kamprad (oggi anche completo autore e autoproduttore esecutivo di un suono davvero straordinario) offre dunque uno spaccato per forza di cose doloroso sul mondo finora affrontato in musica dai Der Weg Einer Freiheit, diretti ancora una volta sotto il segno di una sola, laconica eppure infinitamente eloquente parola di assoluta intensità, così come fu nel citato penultimo capitolo spintosi fino alle soglie della completa oscurità, ed ancor prima da “Finisterre”, “Stellar” ed “Unstille”.

Come sempre accade almeno dal 2015 nel caso dei quattro di Würzburg (sempre quattro, ma defezionari del Nico Ziska udito al basso nei precedenti due album, le cui veci sono oggi fatte da Alan Noruspur), il ricalcolo del linguaggio è parziale alla volta di ogni nuova perlustrazione. Tuttavia, è immediatamente udibile in “Innern” come l’approccio fortemente orientato alla dualità di “Noktvrn” sia riassorbito in un unicum dallo svolgimento meno frammentario e maggiormente compatto, spedito e solido pur nelle sue notevoli diramazioni stilistiche dai caratteri stranianti, in cinque effettivi brani (conditi da un interludio pre-conclusivo nei panni del terzo movimento del ciclo strumentale “Finisterre” omonimamente intrapreso nel 2017) la cui complessità strutturale crescente gode di un’allontanata empasse armonica che, se vogliamo, era stato l’unico punto di debolezza ad oggi riscontrato nella sinergia creativa del cantante e chitarrista all’opera con l’ormai quindicennalmente fidato batterista Tobias Schuler ed il suo eccezionale bagaglio tecnico sempre perfettamente impiegato senza eccessi di forma.
Il tipico muoversi circolare e neoclassico delle sei corde, nel gettare all’interno dell’economia del suono il tassello melodico fondamentale dei Der Weg Einer Freiheit, è anche in “Innern” facilmente ravvisabile fin da “Marter”, tormentata e serpentina, devastante e tragica tra sospensioni e defibrillanti riprese nella sua presa serrata lungo i dieci minuti scarsi di svolgimento, ma il cambiamento è netto e palpabile nel tiro spettacolare della “Xibalba” -il regnum oscuro della paura e dell’aldilà- che vi si collega direttamente mostrando un affinamento verso la forma più pura, fluida, intima, raffinata, elegante e piena di emozione del gruppo sulle alte velocità, oggi ricolme di elementi sintetizzati, di ampiezze atmosferiche tutte loro e difficilmente paragonabili con i linguaggi assorbiti negli anni dalla band nelle sue varie forme. La spietata foggia dei Marduk e dei Funeral Mist (la cui imprevedibilità ritmica è qui più avvicinata che mai) convive insomma con l’esiziale natura tedesca dei più sanguinolenti Nagelfar, riempiti in rifrazioni dell’acido deossiribonucleico degli Alcest di “Écailles De Lune” e dei Lantlôs (di “.Neon”, soprattutto) ulteriormente anneriti dall’altrettanto sempiterno e speculare blu di “Vobiscum Satanas”, senza soluzione di continuità in un mèlange difficile da immaginare qualora non ascoltato, divenendo fenomenalmente esplorativo e sperimentale sul rarefatto finale, papabile momento apicale del disco e sicuro primo scoglio da affrontare nell’addentrarsi verso le profondità del mondo sotterraneo ed oltretombale pieno di ostacoli dell’imprevedibile “Eos”: qui torna infatti la più vicina influenza dell’operato di Arioch e specialmente di “Deiform”, sullo sviluppo più impulsivo e disordinato (reminiscente un ancor più recente “Með Hamri”) mai affrontato dai Der Weg Einer Freiheit, comunque concorrenti con il loro peculiare stile mantenuto in una lega tutta loro a suon di freddi sequencer che rintoccano il febbrile caos ammaestrato come un sonar grazie al quale ritrovarsi (già sentito non per caso nell’opener, ad inizio viaggio, e che risentiremo anche più tardi come sorta di filo rosso) nel mare di fiamme scarlatte che leccano brucianti prima del risveglio cosciente ad uno stadio d’interiorità fattosi altro. E proprio “Eos”, coerentemente con il riferimento ancora una volta mitologico del suo titolo, è il centro convergente da cui essere risputati nonché punto di non ritorno nell’itinerario artistico in sviluppo, un primo risveglio dopo il passaggio più stretto dell’album verso l’abbraccio quasi-Doom nei primi tre minuti di “Fragment”, altrettanto fedele al suo titolo, spezzata tra il rallentamento più morbido mai musicato dal collettivo ed il conseguente reprise d’intensità invece fuori controllo splendidamente confluito a cascata nel gran pianoforte, solitario in uno squisito atto di due minuti prima che “Forlorn” completi la reviviscenza dall’interno intrapresa con “Marter”.
L’unico brano affidato alla universalità della lingua inglese dell’album, non casualmente regalato come send-off (anche lirico e concettuale) per l’ascoltatore, vale probabilmente un discorso a sé: qui l’influenza finemente Post-Rock del secondo chitarrista Nicolas Rausch, alla sua seconda incisione con la band, s’innerva persino nella composizione del pezzo prima, durante e dopo l’indurimento Black Metal ad opera di Kamprad, dando musica e parole alla realizzazione emotiva di una speciale interconnessione adagiata su scenari musicalmente alternativi. Il viaggio intrapreso verso l’interno, verso i meandri più bui ed inesplorati dell’isolamento umano, dona in meno di otto minuti di chiusura il suo frutto più inaspettato e la sua risposta più stupefacente: l’esperienza singolare, fin qui troppo intima, personale e dolorosa per essere condivisa con un’altra anima tra confusione e angoscia, si fa universale proprio nel dolore, nell’indurimento usato come protezione e nella paura di riscoprirsi fondamentalmente soli, dunque irrimediabilmente uniti e comunicanti in un’unica parola magica di sei lettere con altre esperienze proprio nella condivisa solitudine che si fa condivisione possibile non senza una goccia di speranza.
Ed è davvero fondamentale che questa goccia di speranza sia distillata. Perché i Der Weg Einer Freiheit non soltanto riassumono insomma in “Innern” ogni bontà (anche concettuale) messa sul piatto da capitoli già squisiti come “Noktvrn” (per il suo avanguardismo) e “Finisterre” (per la sua ferocia ritmica) in particolare, ma consegnano alla posterità quello che probabilmente sarà ricordato come una summa di pensiero: il loro miglior album ad oggi, senza sconti e fondamentalmente senza falle a dispetto della sua naturale e curiosamente immediata complessità, importante da ascoltare unito perché solo nel suo coeso ed inscindibile sviluppo regala una nuova fondamentale via aperta in un Black Metal più evoluto, originale e maturo che non semplicemente moderno, tanto aspro e forte quanto di delicatezza (non nuova, in sé, ma affrontata ed accolta in maniera assolutamente inedita), fatto di simboli tutti da decifrare, che ha il coraggio di guardarsi dentro e ritrovare nuovi significati avversari senza tradirsi mai; che comprende il dolore inevitabilmente insito in amore, cura, speranza e verità senza più allontanarli ciecamente, con codardia come se non esistessero, intraprendendo al contrario un viaggio per poterli superare e trovare così facendo il suo indelebile posto nel tutto. Un po’ come quel teschio sezionato, in quella mente irta di pericoli ed impedimenti, di intralci e sbarramenti che intravediamo, atti a nient’altro che comprendere che in quell’Innern vi è una strada nel vuoto, forte della sua individualità perché scoperta proprio nel dialogo, benché non ancora visibile per i più, verso la pace e la quiete, voltato il booklet o portato a termine il percorso. Forse persino una serenità che sembrava impossibile da ottenere – e che è solo nell’experientia, nell’esperire per quanto spiacevole possa essere, e non nel rifiuto della stessa che quella mente ritrova la sua unità all’interno di un organismo infinitamente più grande. Che solo nell’esperienza, solo nella prova e nello scambio, è possibile lottare con sé stessi per ottenerla.
– Matteo “Theo” Damiani –
