Artist: Zéro Absolu
Title: “La Saignée”
Label: AOP Records
Year: 2025
Genre: Atmospheric Black Metal
Country: Francia
Tracklist:
1. “La Saignée”
2. “Le Temps Détruit Tout”

Il risentimento che mangia dall’interno come il gelo invernale nelle ossa, come ghiaccio che si solidifica e diviene piombo omicida nelle vene mentre il sangue, un tempo linfa vitale ormai detronizzata, si trasforma in un veleno nerastro e colloso: perché anche per il più navigato e disilluso nichilista, anche per il misantropo con tutto il bagaglio di negatività del caso, imperdonabile ed inaccettabile resta il tradimento più vile e smaccato. Quel furto di un mondo e della sua intimità, che mira ad appropriarsi del sincero, del disinteressato, del tributo di sé al fine di una causa superiore, dello squisitamente infantile fervore accaparrandosi invece con la violenza qualcosa di puro nel reame altrui, laddove questa purezza risiede; puntando a rubare tutto ciò che doveva essere in un certo qual modo un baluardo personale del sacro ed inscalfibile amore che sopravvive, con dolore nello spirito, in barba alle brutture del mondo – e forse proprio come reazione a queste.
Accade così, dovendo trovare uno sfogo per poter sopravvivere, che un progetto dall’animo dichiaratamente passatista nel poetico e nell’estetico, benché non necessariamente nello stilistico, forte di quella nera fiamma di nostalgia non tanto (non soltanto, almeno) per la potenza espressiva di un certo Black Metal novantiano quanto per il personale universo di vissuto, di una weltanschauung da questo scaturitavi e su questo plasmata, si trasformi in determinate circostanze di rottura dall’interno nel suo parossismo in termini: nella sua stessa ma coerentemente naturale nemesi, in un incendio il quale, senza più un briciolo di amore, fattosi carogna, bruci tutto senza speranza di ritorno o salvezza.

Eppure in “La Saignée”, dopotutto fedele alle sfaccettate implicazioni del suo titolo, di vita e di anelito ve ne sono in quantità al punto da esserne con ogni probabilità l’alfa e l’omega. Certo: mediati ed innescati ad orologeria, oggi armati fino ai denti arrugginiti e cariati dall’esperienza che, in seguito al già infruttuosamente corroso e corrotto secondo capitolo “Sur Les Falaises De Marbre” porta alla totale disgregazione del friend-project che fu di Valnoir, di François Duguest, di Neige e Winterhalter ed ulteriori amici, per opera di un nuovo cantante che assolda in segreto una intera nuova line-up creando l’anonimo “Ultime Éclat”, appropriandosi di un pensiero, segnandone l’irrecuperabile passaggio di mano fino allo scisma, persino legale. Eppure, quel che normalmente sarebbe un trascurabile benché triste dramma interno, ben poco rilevante ai nostri fini di ascolto e comprensione di ciò che troviamo invece nell’opera prima postuma alla separazione in parti di un progetto dopo litigi, allontanamenti ed irreparabili fratture, resta invece alla base dei ribattezzati e rinati Zéro Absolu quanto la tensione verso il passato mentale e astratto dei medesimi autori animava i Glaciation di “1994”, lo splendido album primo di una promessa successivamente tradita da circostanze tutte umane.
Ma “La Saignée”, in più d’un senso successore spiritualmente diretto dell’intensa manifestazione del 2012 appena citata, porta avanti il suo discorso rovesciandolo: non generato dalle ceneri come fenice bensì nato per incenerire criogenicamente come un demonio, passando come un carrarmato ancor più pesante ed annichilente su tutto quello che di sbagliato può essere ogni giorno visto nella vera e propria appropriazione culturale di un genere il quale, fin dai primi anni ‘90, è considerato molto più che musica. L’Helvete riprende così metaforicamente vita dall’oltretomba che si è divorato il principe Euronymous e, insieme a lui, tutto un ambiente per come architettato fino al 1992; il santuario riprende vita solo per dare in pasto alle fiamme il turistico centro di affari fatto di vinili autografati e cannibali di passione, noto come Neseblod, irrispettosamente erto sulle sue ceneri e che proprio da queste riprende ironicamente fuoco regalando una copertina dove, come in una macabra e concettuale matriosca di hybris e mancanza di comprensione vissuta di una sottocultura spolpata senza ritegno, la sleeve in primo piano (rigorosamente in vinile, quel formato trendy la cui fila adesso non è altro che carta bruciata e plastica sciolta dalle lingue dell’inferno in terra norvegese) è proprio quella di un solo parzialmente sopravvissuto “1994”.

Un’immagine più che rilevante, parlante: allo stesso modo, la musica ed il concept delle due lunghissime suite complementari (oltre venti ed oltre tredici minuti rispettivamente) del debutto “La Saignée” fanno di “Sur Les Falaises De Marbre” e soprattutto di “Ultime Éclat” la loro carne da bruciare sulla pira Glaciation per completare così un processo d’aborto retroattivo che, almeno fino ad oggi, a quell’anno 2012 sarebbe dovuto fermarsi in piena ibernazione. Perché lo sdegno, la bile, il dolore che nutrono la composizione omnicomprensiva, progressiva, squisitamente a tutto tondo, dal continuo fluire di richiami e richiusa in sé stessa degli Zéro Absolu non sono tanto frutto del mero furto di una band; ma del furto di un’idea, di una visione musicale e forse spirituale nella quale era stata versata ogni oncia della personale propensione di lunga data al genere da parte di Jean-Emmanuel Simoulin (Valnoir, aka Metastazis con il suo studio d’arte grafica), Hugo Moerman e François Duguest, così facendo incisa su disco regalando all’ascoltatore tutta la potenza esecutiva, tutta l’originalità devota ad uno stile, ad un panorama di manifestazioni che proprio dell’unicità espressiva hanno fatto il loro unico e solo diktat d’intransigenza, già propria di “1994” ma ora rivista ed aggiornata all’anno 2025: come se il tempo si fosse fermato per eoni solo per poi recuperare la sua implacabile corsa con gli interessi, implodendo su sé stesso ed allungandosi all’infinito verso potenzialità presenti e future. Perché nulla torna davvero come niente fosse accaduto, nulla torna indietro come se niente fosse stato mollato dai parigini; per questa ragione il primo parto ufficiale del nucleo Glaciation che compose solamente il suo incipit artistico non è esattamente quel che si dice riprendere il filo incurante del vissuto, un ritorno sulla scena del crimine senza strappi inevitabili – ed anzi, come si legge nei suoi significativi testi e si sente nella sua atmosfera, proprio del turbolento trascorso interno alla band fa motivo d’ispirazione. Forse, persino, motivo di esistenza ab ovo.
La firma ed il suono, l’approccio in tutte quelle armonie che riconducono al lavoro di tredici anni fa e lo ampliano evolvendosi nel sostrato di profondità, sono presenti e basilari per la reincarnazione degli Zéro Absolu; così come sono presenti l’ovvia tendenza all’assenza di canzone e alla dilatazione del percorso (già, non a caso, abbandonata nel 2015 in cui il progetto aveva cambiato il personale e smesso di funzionare), il raffinatissimo valore atmosferico à collage e la sua unicità, nonché quella lirica della nostalgia meta-testuale dialogante con un genere idealizzato in cui i suoi autori faticano a riconoscersi. Ma la linfa è tutta nuova, tanto quanto lo sono i membri esterni reclutati per il nuovo inizio e così gli esiti, di un’ancora più grande profondità. Di nuovo il suono della rinata band (oggi raggiunta da Indria Saray al basso e dal batterista dei Regarde Les Hommes Tomber) non ha particolari colleghi stilistici, unendo come fa le movenze di un Black Metal estremamente dilatato in tempo e ritmi, stratificato e ricco di dettagli freddissimi, distanti ma variopinti più di ieri, rigogliosi in suoni e teoreticamente meditabondi (le voci inseguono pensieri e discorsi in un soliloquio non dissimilmente ai Peste Noire dell’omonimo album, graficamente curato proprio dallo stesso Valnoir), pur raggrumando spesso e volentieri in spaventosi ascessi di violenza (un po’ come le cascate di tensione tra la riflessione e ciò che scortica l’anima vengono redirette nell’operato dei Downfall Of Nur, o della stessa band del nuovo addetto alle pelli percosse) in mezzo ai crescendo verticali e magnitudinali degli ultimi Agalloch (si pensi anche solo ai primi tre minuti dell’album), sempre screziati di una ricorrenza tra lo sporadico Shoegaze sporcato di Post-Metal à la Alcest (come verso la fine della title-track ch’è prima sezione) e di algida musica Ambient che, per afflizione e modus, ripensa a ciò che c’era una volta in “Filosofem” e non solo. Con malinconia, anelito per un passato rubato, rammarico e una non trascurabile dose di sdegno affilato ed incanalato: quando ogni speranza di riavere un qualcosa di perduto sembra svanire sotto gli stivali chiodati e senza pietà del tempo, ecco che i primi venti minuti de “La Saignée” sbucano fuori dall’etere come un raggio d’autre temps, per dirla alla francese, di un’altra realtà interiore. Ma questa è realtà, nondimeno. La sua realtà, nel senso di un irripetibile compendio di quel che è, oggettivamente o soggettivamente, e “La Saignée” in toto ne diventa lo sbocco senza filtro: autentico, doloroso, elegante e maturato eppure infantile per la sua spaventosa veracità e sincerità emotiva. Un disco che con la sua pesantezza e sensibilità parla allo stomaco come un pugno ferrato e mai alla testa con intellettualismi, in barba alla raffinatezza alta della musica proposta e di una produzione di enorme valore ingegneristico: un album che non vuole farsi ascoltare o analizzare, bensì rivivere continuamente, con pazienza, legandosi alle similari esperienze e sensazioni di ogni possibile fruitore. Un viaggio dell’anima fatto di ricordi di un altro mondo in due titanici brani dall’espressività che sa essere moderna nei fatti e senza volerlo (soprattutto per il passaggio ritmico dalla grazia irraggiungibile di Deflandre anche quando pesta, alla maggiore attualità nell’uso dei kick sulla grancassa di R.R.), ma antica come il tempo mitico dei suoi novantiani padrini i quali, proprio perché rispettati nel profondo, non vengono mai realmente avvicinati, plagiati o citati oltre il dovuto, rendendo pressoché impossibile ogni confronto se non -comunque parziale- con i pezzi del “1994” nei cui solchi, laddove si possono notare analogie oggi condivise nei trentacinque minuti di magia marchiata Zéro Absolu, iniziano e finiscono, fondamentalmente, con gli intenti egualmente atmosferici e sognanti a loro disilluso modo.
Quel che più di tutto infatti rende “La Saignée” un disco peculiare nei modi ed unico (nella fattura, come nel suo genere) è una tensione alla nostalgia di un personale passato mitico, inadulterato, avverso all’ego, avverso alla vanagloria individuale e nondimeno individualissimo in essenza priva di sé, che si manifesta nella spinta musicalmente invece tesa al futuro: a ciò che nei fatti non esiste ancora perché, forse, così come ogni passato mitico e mitizzato dal bambino e dalla innocenza che vi è dentro custodita con sacra convinzione, non è mai realmente esistito se non nella mente e nel cuore dei suoi creatori, nella violenza della reazione che diviene guerra con il mondo. E allora è chiaro che il debutto degli Zéro Absolu non possa essere che un parto di valore imparagonabile, un’autodistruzione fatta di uno stile che guarda a molti dei suoi eroi traducendoli alla francese per portarli nella tomba con sé, creando nell’annientamento, forte come chi ha il potere del tempo e a quest’ultimo si rimette; e che tuttavia trapassa con questo sguardo tutti finendo per non somigliare felicemente a nessuno, graziato da un magnetismo inspiegabile se non con la ragione fallata del cuore – eppure l’unica che, nei meandri artistici, abbia in fondo possibilità di esistere. Una finestra su ciò che più di ogni altra cosa si ama e che viene violentemente brutalizzato e stuprato da coloro i quali lo sfruttano senza comprenderlo, aperta solo per chi conosce l’odore ed il sapore di una notte che è stata rubata, violata per imperdonabile gioco e che, proprio da quelli che invece tutto hanno fatto meno che giocarci, con la serietà più devota ed assoluta, va lasciata andare: catarticamente, distruggendola nel proprio cuore affinché non cada preda del nemico. Dando allo spirito qualcosa su cui addolorarsi senza sapere alla perfezione il perché, così come quando sospiro e ricordo annebbiato, se vogliamo incoscientemente mutilato e ricostruito, diventano una cosa sola nel reame dell’irrealizzato e del non accaduto, benché tutto questo sia, nel bene quanto nel male, terribilmente reale per chi lo vive.
“Demain, c’est du rien –
L’avenir, c’est un trou –
Ton nom, c’est du vent –
Le temps détruit tout.”
– Matteo “Theo” Damiani –
