Sodality – “Benediction, Part II” (2025)

Artist: Sodality
Title: “Benediction, Part II”
Label: Norma Evangelium Diaboli
Year: 2025
Genre: Black Metal
Country: Polonia

Tracklist:
1. “Precious Blood”
2. “Confession”
3. “Heathen Angel (Part II)”
4. “Pure Light Shineth Through A Simple Servant”
5. “Blood On A Mirror”

Ah, Satan! Thou hath a snare in every human path…
As thou doth with mine, and I am grateful,
I am transcended and selfless at last!

Lutero ci aveva infine forse visto giusto nel guizzare velenoso del suo fuoco, o quantomeno poteva -per concetto- aver donato nuovamente una sorta di dignità, spaventosa e pertanto se non altro autoritaria, al discorso ecclesiastico nel ritenere che quei così anelati atti di benedizione unica ed eterna fossero elargiti contro ogni regola, esclusivamente dall’ironica e tirannica volontà imperscrutabile dell’autorità divina; quella stessa intenzione che, invece e a dirla tutta non poco convenientemente, secondo i suoi cattolici oppositori e leggi ben più temporali, prenderebbe in considerazione i pii talenti e la devozione umana, anziché la sola predestinazione, nell’ambivalenza di sofferenza e amore, sacrificio (rigorosamente materiale) e gratifica celeste. La mediazione, detta in altre parole, di gesti ed oggetti rituali come (per merito di un Dehn Sora novello Rembrandt monocromatico alle prese con l’impagabile artwork dell’album in oggetto) l’imposizione di una benevolente, se non benedicente, mano destra che tuttavia non cinge tangibilmente il capo; il volto di Cristo redentore avvolto dall’oscurità più iconoclasta ed impenetrabile, dal velo più divino e nero, da cui sbucano come lucore di stelle due occhi di un facilmente immaginabile rosso brillante e maligno; occhi rossi più del demonio stesso che non sembrano cercare di redimere alcunchì e, al contrario, prendere qualcosa da coloro i quali ne incrocino, alzando eccessivamente il mento, lo sguardo minaccioso.

Il logo della band

Quella messa in musica dalle deviazioni e dai brillanti capovolgimenti semantici e letterari dei Sodality è del resto una fede che chiede e pretende ben prima di dare: una fede che esige un prezzo, un pegno ed un sacrificio al fine di varcarne le magiche porte fatte di tenebra per chi non sia disposto a pagarne il biglietto d’ingresso. Tutto diventa pertanto un feticcio utile al credo ma ancor di più all’obiettivo: tre lunghi chiodi arrugginiti dal prezioso sangue, speranza e refugium peccatorum, una scala a pioli di legno e ferro che porti alle altezze di una croce del Rex Iudaeorum da deporre per una prossima resurrezione, e dunque ad una ricompensa finalmente da riscuotere tra gli eletti e i degni, prostrati e offerti quali agnus dei al cospetto di piedi da cui questo idolatrato livsblod gronda copioso verso la terra come radici di un albero fatte di capillari; oppure (e vien da dire in realtà conseguentemente) su, in parnassiana maniera, verso un Regno dei Cieli promesso e tuttavia non ancora disposto. Vi è tutto quel sottotesto macabro, indissolubilmente legato alla passione più cruda, capovolto e rivoltato come un calzino, nella fede messa in scena teatralmente dalla voce esuberante dal pulpito Mark Of The Devil e dal fido musicante T. Kaos, come il volto malato di un diavolo che brama e marca corrompendola l’innocenza di un infante in un fotogramma della tanto celebre quanto controversa pellicola di Mel Gibson: la certezza che una ricompensa verrà, ma l’ancor più grande certezza di una sofferenza che è qui, che è violentissima, parossisticamente grandguignolesca, che pare essere eterna e diabolica in natura persino in terra. Un sacrificate sacrificium impiorum, et sperate in Domino – che tuttavia si fa raccapricciante più che nobile nelle nuove cinque manifestazioni del caustico processo di benedizione orchestrato dal duo di origini polacche: un’emorragia sonora e un urlo invasato che tinge i cieli di nero orrore anziché di luce divina, come quel sangue numinoso idolo e amuleto profano di una grazia che tuttavia è valore pulsante ed inestimabile della vita soltanto finché rinchiuso nel corpo. Dopodiché, ovvero una volta fuoriuscito, si coagula nell’oscurità densa di un ossessionante simbolo di morte.

La band

La dualità malata insita nel salasso parabolizzato nel percorso di fede e devozione cristiana, tra benedizione e masochismo dove non si scorgono più i confini idealmente separantili, già trovata nel primo capitolo “Benediction, Part I” (2023), giunge e viene non sorprendentemente portata alle estreme conseguenze del caso nella sua seconda e nuova parte: dove il male ha banchettato ora non restano nemmeno i rimasugli, la domanda retorica diviene certezza, l’essenza sublime della contraddizione muta nell’unico stimolo senza più maschera o finzione, la domanda si trasforma in risposta con un ghigno, il possibile bene (pure in senso lato) cede il passo all’evidente male e la musica ne diventa chiaramente esito, con la violenza di scritture che vengono interpretate nella maniera più malefica, autenticamente gotica ed autodistruttiva possibile. Il deflagrante riff che apre “Precious Blood” lascia poco adito a fraintendimenti, è effettivamente ed incredibilmente sanguinolento, con quel latrato spiritato che pare allucinarsi in un continuum infinito di marcia decadenza in odore acre di religione, inasprendosi persino con quel ritmo assolutamente travolgente che subito la sezione ritmica porta in avanti come una marcia dal gusto infedele e pagano guidata da arcangeli senza volto verso le grazie dei padiglioni auricolari, intartarendosi in ritmi febbricitanti, melodie spezzate e venefiche, senza pace, senza ritegno (in “Confession” arrivano persino a confondersi in una cosa sola con campane suonate a festa e travisate, ribaltate di segno, in un gioco espressivo che ha dell’eccezionale quanto ne ha l’effetto puramente straniante sull’ascoltatore). La tradizione corale monastica e soprattutto quella tonale che viene spremuta fuori da antichi campanili odoranti polvere e incenso viene stravolta ed integrata dall’odio e dal risentimento intertestuale nelle parole di una Santa Caterina da Siena che vengono a loro volta strumentalizzate (o lette con estrema attenzione al dettaglio in cui, come si dice, sempre si cela il satanico, pernicioso impulso?) come la palette del Death Metal che emerge droning e rintronante nelle sei corde in diluizione ritmica dal sapor strigoico di “Henbane” e “Sinister” all’ascolto del quarto passo, l’eccellente “Pure Light Shineth Through A Simple Servant” tra miasma di cattedrali, claustrali coralismi gregoriani ed ululati nell’oscurità ipnogena della propria mistica.
Ma non è tutto esattamente aulico, sebbene in guisa deviata o distorta, in un album quale “Benediction, Part II”: come artisti visivi che intuiscono e sfruttano l’impatto emotivo delle proprie pennellate, i Sodality conoscono perfettamente la relazione tra i tropi stilistici del Black Metal più autentico (e pertanto, per mera conseguenza, personale) e cosa implicano nella sfera sensoriale; e dunque la concretezza dei riff di Tomasz Dziubich crea insieme alle ipnosi bassistiche negromantiche e al fare sempre leggermente sconnesso e posteriore delle percussioni un suono nient’affatto astratto, al contrario scabro, malato, punitivo, castigante benché spesso irreale (“Heathen Angel”, nella sua seconda apparizione), su cui le invocazioni mistiche e le inconfondibili confessioni di Marek Górecki possano diventare aurale follia esasperata, tombale ed ultraterrena, il vero plasma scarlatto e ferruginoso di vita in morte, che inorridisce con la sua istrionica teatralità senza pari e senza alcun effettivo parallelo lasciando immedesimare negli aspetti più subliminali del sermone spietato e conclusivo di una non a caso frontalissima, demonica “Blood On A Mirror” da applausi nell’ossario della cripta, su cui fa calare un sipario macero di massacro dove l’interpretazione sul significato di quanto accaduto in questa mezz’ora abbondante di secondo atto è più che mai appannaggio unico ed indiscutibile dell’ascoltatore.

“Benediction, Part II”, per forza di cose coerentemente con il suo predecessore nonché parte prima del discorso ma per molti versi completamento della medesima (affilandola in visione, concretizzandola perfino in intenzione), non solo ci dona dunque i Sodality al massimo della loro forma raggiunta con un terzo disco d’eccezione, ma li incorona, non soltanto in piacevole attesa di un eventuale ritorno su altre coordinate di medievale espressione da parte degli imparentati Cultes Des Ghoules, tra i nomi più sinceramente spaventosi del panorama Black Metal attuale, capaci come pochi se non pochissimi altri di trasmettere un potere malefico che va di molto oltre la parola: che scivola come quel qui così ricorrente sangue piovuto dal fianco aperto del salvatore uno e trino, ma anche con cui Faust sigla il suo patto mefistofelico con Satana; che s’insinua quindi nella mente con il potere più distruttivo e rivoluzionario possibile, quello dell’inversione subdola, strisciante, del simbolismo che viene maneggiato solo da chi comprende la precisa presa che questo ha sull’animo dell’essere umano, sulle implicazioni finanche psicologiche ed inconsce. Non vi è insomma maleficio più grande ed il Diavolo in persona non potrebbe andarne più fiero – perché la second coming di “Benediction” è un’offerta e una maledizione con la quale il vero collima con la menzogna ed il falso con la certezza, nel quale tramite il pane diventa piaga, che trasforma il vino in sangue divenuto pus su uno specchio che riflette il dubbio divenuto certezza, spietate sacre parole come armi affilate di terrore dritte al bersaglio, al cuore transpersonale di ogni cosa, senza più deviazioni.

Oh, how powerful spirit can be when flesh dominates!
‘Tis a blessing to be thrown into the fervours of thy flute,
And if angels heard our revels – they all remained mute.

– Matteo “Theo” Damiani –

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