Artist: Mortichnia
Title: “Heir To Scoria And Ash”
Label: Apocalyptic Witchcraft Records
Year: 2016
Genre: Atmospheric Black Metal
Country: Irlanda
Tracklist:
1. “Searing Impulse”
2. “Carrion Proclamation”
3. “The Waning”
4. “A Furious Withering”
5. “Heir”
Ci sono grandi cose che, talvolta, forse proprio in virtù della loro grandezza, sono destinate a fare il loro ingresso nelle sale del tempo in punta di piedi. A titolo d’esempio squisitamente attuale: in seguito allo scioglimento dei veramente poco noti Wound Upon Wound, nascono ufficialmente giusto un paio di anni fa i Mortichnia. Un quintetto irlandese, formato da tre componenti su quattro della vecchia band, coadiuvati tuttavia da un nuovo cantante e un nuovo bassista, che debutta sul finire di tre mesi fa direttamente con il full-length “Heir To Scoria And Ash” tramite la anch’essa neonata Apocalyptic Witchcraft Recordings. Un inizio che è già storia in circa tre quarti d’ora di più inizi, di trasformazioni e consolidamenti al contempo: la trasmutazione di un progetto, in ciò il continuo spirituale (e la possibile consacrazione in un alveo di linguaggio stilistico) di un discorso interrotto nel 2012 con l’omonimo album firmato dalla precedente incarnazione del collettivo, da un lato, sicuramente; ma anche una ripartenza dalla focalizzazione più centrata e dalle idee rischiarate per merito di una visione concretizzatasi in dieci soli giorni di registrazioni nel dicembre del 2014.

Il nuovo monicker prende infatti in parte le distanze dal vecchio progetto, andando oggi a parare più sul versante di un Black Metal dalle tinte atmosferiche e scoraggiate come se ne sentono pochi, contraddistinto da forti richiami tanto alla rivoluzione musicale del Post-Industrial con la sua oppressività (chi scrive fa riferimento a tutta l’ondata di Metal iniziata dai Godflesh nel 1989 con “Streetcleaner”) quanto agli accenni Post-Hardcore e Post-Metal (più propri, rispettivamente, a Isis, Amenra o Neurosis) – un fresco mix di influenze che negli ultimi anni è asceso ai veloci onori della ribalta con il termine Post-Black Metal.
Ascoltando le note di “Heir To Scoria And Ash”, il primo nome che salta alla mente è sicuramente quello dei connazionali Altar Of Plagues, mediato dai The Great Old Ones di “Tekeli-Li” in pesantezza e dai Thantifaxath di “Sacred White Noise”, ma soprattutto dai Deathspell Omega di “Paracletus”, per l’approccio sghembo e deviato alle dissonanze sparse lungo gli allargamenti atmosferici ma progressivi di albionica paternità Fen (“Carrion Skies”). Effettivamente non un caso che i primi del discorso siano proprio i tre recentemente separatisi musicisti di Cork, dato che i Mortichnia non mascherano eccessivamente l’influenza degli autori di “White Tomb” e “Mammal” (in particolare) tanto da farsi produrre (peraltro ottimamente) l’album da James Kelly in persona.

Il disco si compone di cinque tracce per un totale di quaranta minuti abbondanti di musica, tuttavia i lunghi ed effettivi brani sono solamente quattro: anche questa struttura, oltre alla produzione, va a tracciare dell’ulteriore trait d’union con il citato classico istantaneo di cinque anni fa nonché secondo album del progetto che più di ogni altro fa da lanternino nel buio al novello gruppo in oggetto di scritto. Puà a questo punto parere un ossimoro di sorta, eppure va a margine specificato che un lavoro come “Heir To Scoria And Ash” è ben lontano dal ricalcare pedissequamente le orme degli Altar Of Plagues o di chiunque altro nei fatti come negli effetti. Il rinnovato quintetto gioca insomma con delle influenze palesi e ben stabili(bili), andando tuttavia a creare una miscela già assolutamente personale.
L’opener “Searing Impulse”, ad esempio e per dirne una, pesca sì a piene mani dalle soluzioni accennate in apertura con qualche moto esclusivamente interno dal fare meccanico, trovando però presto la sua vera e peculiare dimensione in elementi più tecnici e dal nemmeno troppo vago sentore progressivo nel mezzo del maelstrom droning di densa viscosità cupa. Laddove la scrittura del ritrovatosi produttore Ken Kelly, nella sua band, si è richiusa su sé stessa nel 2013 del canto di cigno “Teethed Glory And Injury” trovando lo sfogo alla sua sperimentalità in una nuova industrialità meccanica e soffocante, nera, pesante, straniante e persino paralizzante in qualche modo, stilisticamente sempre più lontana dagli stilemi del Black Metal esponenzialmente allargato nei precedenti lavori, i Mortichnia cercano la propria ragion d’essere in una costruzione che somma costantemente e con pazienza riverberi e let-ring a voci strazianti care a certi territori Depressive per aggiungere tensione al vuoto pneumatico atmosfericamente congiurato dalle ricercate dilatazioni. La lenta “Carrion Proclamation”, in fatto di suoni, rinnova il sodalizio d’intenti della sua dirimpettaia e più frontale prima traccia svelando però anche tutto il lato più localmente Doom Metal dei Mortichnia: il più lungo dell’intero lotto con i suoi quasi quattordici minuti di durata dove, a differenza della canzone precedente, l’ipnoticità pura e trance-inducing degli umori musicali, divenuti soffocantamente tangibili, spadroneggia senza nemmeno necessità di troppe variazioni (dimostrando la già ampia bravura in sede d’intuitiva composizione dei Nostri), impreziosita da chitarre baritone che gettano la testa sotto le onde a ripetizione continua, da ottime trovate melodiche di lead fluttuanti tra sustain infiniti e brevi arpeggi distorti apportanti interessanti disarmonie alla tavolozza di colori scuri fin qui spennellata. Lo screaming resta straziante ed incomprensibile per tutto l’album, trovando il suo perfetto spazio comunicativo perché mescolato in mezzo al resto della strumentazione, piuttosto che come diretto veicolo lirico. Un approccio all’utilizzo di ogni proprio mezzo in virtù di una visione d’insieme confermata anche nello stratagemma di “The Waning”: un breve intermezzo che ha, se non altro, il pregio di dividere a metà l’album quasi come fosse un avamposto di ricognizione, senza andare a distruggere la grande carica emotiva dei primi due brani – al contrario, facendo con i suoi simil-cori distorti tra il rituale ed il cascadiano da ponte verso il secondo lato dello specchio, riflesso negli ultimi due. “A Furious Withering” ed “Heir” possono così chiudere con la più grande efficacia il blocco: la prima non distanziandosi eccessivamente per fattori autoriali ed esecutivi da ciò che abbiamo avuto modo di ascoltare (specialmente in “Carrion Proclamation”, inizialmente), se non per lo squisito crescendo emotivo che inganna l’ascoltatore spegnendosi a metà (in uno dei più tipici stratagemmi di casa Agalloch, ormai fortuna del Black Metal atmosferico del nuovo millennio) e riprendendosi nella confluenza di un mortifero finale a sorpresa, completamente affidato ai blast-beat com’è; la seconda è senza girarci attorno la traccia più bella e variegata dell’album, adagiantesi ancora una volta inizialmente su ritmiche più cadenzate e lancinanti passaggi atonali in tremolo-picking, in odor di una modernità tutta in fieri (à la “With Hearts Toward None”), per poi continuare un sali-scendi di pattern ritmici esplosivi e personalmente cangianti.
Un deciso plauso quindi, oltre ai Mortichnia per aver realizzato un debutto dalla fattura assolutamente ottima, di quelli tra l’altro ancor più belli e soddisfacenti perché piombati come dal cielo senza far troppo rumore, con la delicatezza di una piuma e la dirompenza del tuono per chi ha il piacere di non perdersi un piccolo ma prezioso segreto, va anche alla pressoché neonata etichetta britannica che ha deciso di muovere i suoi primi passi creando un rapporto di fiducia reciproca con un nuovo quanto brillante act tutto da supportare. La band ha, invero, raccolto la geograficamente vicina quanto pesante eredità stilistica di un combo incredibilmente influente come gli Altar Of Plagues (peraltro propiziamente: perché, va detto, di un progetto spentosi presumibilmente troppo presto), un involontario quanto incalcolato fardello che pone già i cinque musicisti ad inizio percorso di fronte ad un drammatico bivio: continuare su questo binario, in un qualche modo andando a consolidare un linguaggio sempre più in voga e battuto, con ogni teratomico rischio comportato dalla scelta, o cercare invece di affinare e sviluppare gli spunti più squisitamente personali ben dimostrati in una prova quale “Heir To Scoria And Ash”?
In futuro la decisione potrebbe dimostrarsi fatale quanto fatalista è il monito in termini di eredità nel suo stesso titolo, ma, volendo e dovendo rimanere fermi ad oggi, qualunque sia la risposta alla domanda, grazie ad un debutto simile la band irlandese possiede come minimo un ottimo biglietto da visita da presentare al mondo intero, alimentando così curiosità ed interesse (nonché aspettative) con una delle sorprese musicali più inattese dell’annata in corso.
– Matteo “Theo” Damiani –
