Samael – “Passage” (1996)

Artist: Samael
Title: Passage
Label: Century Media Records
Year: 1996
Genre: Industrial/Avantgarde Metal
Country: Svizzera

Tracklist:
1. “Rain”
2. “Shining Kingdom”
3. “Angel’s Decay”
4. “My Saviour”
5. “Jupiterian Vibe”
6. “The Ones Who Came Before”
7. “Liquid Soul Dimension”
8. “Moonskin”
9. “Born Under Saturn”
10. “Chosen Race”
11. “A Man In Your Head”

“Grande, placida, come in un fresco, luminoso oceano di silenzio, gli stava di faccia la Luna. Sì, egli sapeva, sapeva che cos’era; ma come tante cose si sanno, a cui non si è data mai importanza. E che poteva importare a Ciàula, che in cielo ci fosse la Luna? Ora, ora soltanto, così sbucato, di notte, dal ventre della Terra, egli la scopriva.”

Riemerso dalle profondità di una miniera di zolfo siciliana e ritrovatosi al cospetto del gargantuesco bianco satellite, il Ciàula descritto da Luigi Pirandello nella sua novella del 1912 non doveva essersi sentito troppo diversamente dall’appassionato di Black Metal venuto a contatto con i vari “Aspera Hiems Symfonia”, “Moon In The Scorpio”, “A Wintersunset…”: solo tre esempi, rilasciati peraltro nel giro di qualche settimana, di come tra i numerosi linguaggi che andavano delineandosi nel fondamentale snodo del 1996 quello in più rapida ascesa fosse con tutta probabilità quello a tinte ambiental-cosmiche, ovviamente interpretato da ciascun attore secondo il proprio punto di vista e nondimeno tenuto insieme dall’approccio contemplativo, estatico e profondamente emotivo, per certi versi speculare alla belligeranza tout-court delle origini. Per quanto fosse già in pentola il trait d’union tra forma inedita e sostanza originaria, posto in essere da tre anime in pena norvegesi il primo dì di ottobre di quello stesso anno, l’impressione è pertanto quella di un completo distacco dalle intenzioni di chi il metallo nero lo aveva in un modo o nell’altro messo sulla mappa, il quale ora osserva impotente le sue aspirazioni di distruzione dell’esistente soppiantate invece dalla decostruzione del genere stesso da parte di una nuova ondata di alunni riottosi.
Non va però imputata ai soli act di nuova costituzione la creazione di linguaggi alternativi nonché parzialmente distruttivi per l’ortodossia della Nera Fiamma: gli stessi Mysticum poc’anzi accennati lavorano al loro infame primogenito da anni, tanto che degli oneri editoriali avrebbe dovuto occuparsi la Deathlike Silence di un certo Euronymous qualora le cose per lui fossero andate diversamente, ed il discorso vale doppio per chi gravita al di fuori dei territori scandinavi e non è perciò legato a quegli specifici stilemi. Campioni di diversità e bizzarrie sin dal giorno uno, i Samael in azione come una cellula terroristica sotterranea nel profondo della Svizzera francofona erano stati iniziatori davvero di un sacco di cose specie contandone il singolo lustro di esistenza, questo proprio grazie al loro tocco disgregante nei confronti delle convenzioni preesistenti ed allo stesso tempo fondativo per il Black Metal ellenico, in minor parte per quello nord-europeo e persino per il vessillo Osmose Productions; eppure è nel maelstrom d’idee scatenatosi a metà decennio che i fratelli Locher spiccano ufficialmente il volo verso l’iperspazio, alla volta di una Luna che da qui come dal rinomato e poc’anzi citato esordio dei Limbonic Art si va ad aggiungere con sorprendente naturalezza al pantheon dell’iconografia nera.

Il logo della band

Come più volte illustrato su queste pagine in occasione delle retrospettive sulla band rossocrociata, l’oculata sapienza con la quale vengono scelti i titoli per le release tra ’95 e ’99 racconta da sola una ciclica storia dalla portata universale articolata in quattro atti, ognuno racchiuso dietro un singolo vocabolo in apparenza buttato lì ed invece pregno dell’autocoscienza tipica dei più grandi artisti. Una volta esaurito il calvario di distruzione nei confronti della propria stessa musica operato lungo “Ceremony Of Opposites”, al giro di boa del decennio scattano piccoli ma non ignorabili focolai di una ribellione su cui i Samael sono più che lieti di soffiare, approfittandone per distaccarsi da un Black Metal a loro già stretto da tempo: nel rivelatorio mini in questione coesistono infatti svariati tratti della poetica del progetto da qui in poi, prime tra tutti l’elettronica senza remore di “Static Journey”, la gotica morbosità necrofila presa in prestito da Alice Cooper e dulcis in fundo la fiducia nei propri mezzi necessaria per recuperare due dei migliori brani del repertorio antecedente e rimodernarli seguendo le linee tracciate dal precedente, monolitico full-length. Lo shift radicale insomma non arriva affatto a sorpresa, e tuttavia ciò che viene in seguito ha abbastanza poco a che fare con le esplicite premesse ad un plateale rinnovamento succedutesi su riviste e fanzine in quegli abbondanti dodici mesi (l’adozione della batteria elettronica, l’addio del tastierista Rodolphe Bellina e l’innesto del secondo chitarrista Frédéric “Kaos” Miniutti, l’accorciarsi dei nomi di battaglia dei due consanguinei fondatori); è quasi come se l’entità di Sion, in ottemperanza alla Sonderfall che permea il metallo locale così come qualsiasi altro ramo dell’espressione artistica elvetica, avesse saltato a piè pari la logica rivoluzione su vasta scala che di solito segue alle isolate insurrezioni dipinte dall’EP, e senza troppi spargimenti di sangue avesse fatto il passaggio definitivo da corpo Black Metal coraggioso abbastanza da confrontarsi con l’estraneo a corpo estraneo in grado di confrontarsi col Black Metal. Le rivoluzioni in fondo le fanno sempre le classi subalterne (o in questo caso i gruppi al primo/secondo disco), pertanto ai borghesi Samael già accasati presso la rampante Century Media spetterebbe semmai il compito di indicare una strada che entità più giovani ed agguerrite potrebbero poi percorrere in autonomia; peccato solo che il genio dei fratelli ora conosciuti come Vorph e Xy, unito alla perpetua unicità del caso svizzero, abbia reso qualsivoglia imitazione una pura utopia e di conseguenza abbia fatto di “Passage” una pietra miliare semplicemente lontanissima ed irraggiungibile, esattamente quanto la pallida sfera lunare che ne adorna la copertina.

La band

Ci pensa dunque la pioggia torrenziale scatenata dall’opening track a spazzare via ciò che resta dei precedenti Samael, sepolti sotto il fertile limo della produzione e mixing calibrati al millesimo da sua maestà Waldemar Sorychta. Colto nel pieno della sua affermazione grazie all’operato in combutta con l’etichetta di Dortmund, tra cui solo quell’anno le prime esperienze coi Moonspell di “Irreligious” ed i Sentenced di “Down”, il tuttofare polacco cuce una nuova veste per il collettivo rossocrociato dove l’unica tonalità fisiologicamente lasciata da parte è il roboante basso che lui stesso e Masmiseîm avevano lasciato a briglia sciolta in occasione di “Ceremony Of Opposites”; non che l’importanza di un buon riff sia stata ridimensionata nell’economia dei brani, come dimostrato sin dalla massiccia traccia di apertura e poi dal dipanarsi di “Liquid Soul Dimension” e “Born Under Saturn”, semmai ora sono le frequenze alte a farsi sentire meglio in modo da favorire la sintetica freddezza della perfettamente resa drum-machine, del liscio muro a due chitarre, ed in special modo di un comparto tastieristico qui ad un livello del tutto inedito per centralità, ricerca e texture. Inaugurato proprio nel ritornello di “Rain”, il canone principale dei tasti bianconeri dentro “Passage” si ricollega all’austerità del 1994 mediante partiture monolitiche, sonorità distaccate ed atmosfere di severa marzialità, dallo stampo quasi sovietico à la Laibach seppure adeguate all’etereo carattere dello strumento in molto Black Metal coevo (l’ossessione dell’U.R.S.S. per la cosmonautica non è certo un mistero). In “Shining Kingdom” e “My Saviour”, ad accompagnare liriche di pura auto-affermazione assai calzanti alla natura del platter, il lavoro di Xy coi sintetizzatori si spinge ai limiti del corale e del funambolico in modo da restituire il giusto pathos all’arco biografico della band, finalmente giunta nel suo regno scintillante e resasi conto di essere la sola salvatrice di sé stessa. Lievemente più dettagliate e spesso dal sapore grottesco e quasi circense, le keyboards di altri episodi vincenti come una “Born Under Saturn” la quale funge da autentico tessuto connettivo con le ritmiche e il riffing svitacollo dell’album precedente, o la “A Man In Your Head” anch’essa graziata da un testo tra i più brillanti mai usciti dalla penna di Vorph, allargano la componente spacey ed a tratti sinfonica di “Passage”, calandolo nello zeitgeist dell’epoca pur con tutte le dovute storture che il monicker Samael inevitabilmente comporta.
E di colpi di testa gli elvetici se ne concedono parecchi fin dalla nascita, figurarsi poi in quella che è l’opera che ne segna e disegna il rifiuto più totale di ogni regola: persino nell’aria satura di novità tipica dell’aurea annata ’96 degli incipit come quelli di “Angel’s Decay” e “Jupiterian Vibe” dovevano suonare alquanto atipici, il primo forte di efficaci scambi tra un pianoforte che pare accarezzato dalle dita del buon Sverd e le sbilenche, alienanti pulsazioni digitalizzate prima che il progredire del pezzo conduca ad un cabaret nero dove manca soltanto l’istrionismo di Garm e ICS Vortex per divenire un outtake anticipato de “La Masquerade Infernale”, mentre il secondo specularmente impostato su percussioni etniche e tribali un ventennio abbondante prima che il parimenti visionario “OltreLuna” elevasse definitivamente a cifra autoriale il dialogo tra primitivo e futuristico.
Tanto varrebbe allora andare avanti all’infinito e perdersi tra le innumerevoli meraviglie che i poco più che quaranta minuti di “Passage” contengono, come ad esempio l’assoluta lectio magistralis nell’utilizzo della batteria elettronica portata da Xy nel corso di “The Ones Who Came Before”, articolata in bombardamenti di asettico doppio pedale degni dei Fear Factory e sezioni di cassa dritta non poi così lontane dal venturo “In The Streams Of Inferno”: oppure soffermarsi per quattro minuti o una vita intera su di un capolavoro di nome “Moonskin”, elegia ad un amore finito orchestrata dalla voce robotica eppure grondante passione di Vorph e dalle tastiere trascinanti del fratello, per uno scorcio su ciò che i Samael saranno in grado di incidere su disco quando, al momento di registrare un triennio dopo il seguito “Eternal”, la palette di sensazioni sarà ulteriormente ampliata e la metamorfosi completa.

Ne varrebbe senz’altro la pena, e ciononostante sarebbe al tempo stesso un banale spreco di un’occasione come il trentennale di questo “Passage”; se nel 1912 il giovane Ciàula si era ritrovato infatti ad ammirare il candore della Luna, sebbene essa fosse stata lì da sempre senza che lui mai se ne accorgesse, così chi scrive si augura pure stavolta che una semplice ricorrenza dia modo ad un appassionato in più di regalarsi un giretto siderale alla corte della creatura del Canton Vallese, presente nel giro estremo da prima degli albori della Nera Fiamma e tuttavia lasciata sovente da parte nelle discussioni di settore e nei grandi appuntamenti live, anche in un contemporaneo in cui le intuizioni della premiata ditta Locher sarebbero state raccolte da un pubblico estasiato e conservate sotto teca. Ormai è dalla fine degli anni Ottanta che l’ensemble svizzero vigila sullo stato delle cose nel Black Metal, ogni volta pronto a spostare un tantino in avanti il discorso seguendo dettami suoi e di nessun altro, e pagandone così il prezzo con una reputazione presso i fanatici di similari suoni niente affatto negativa, ma d’altro canto nemmeno mai diffusasi ed entusiasta quanto invece dovrebbe. A fronte quindi di un act dallo storico sìttanto importante, così come di un quarto full-length a dir poco fondamentale per lo sviluppo di quest’ultimo e dell’intero movimento, la speranza è sempre quella che un nuovo adepto si ritrovi meravigliato al cospetto delle undici, portentose composizioni, e si domandi come abbia fatto a scoprirne il valore solo ora.

Michele “Ordog” Finelli

Precedente Pagan Storm News: 14/08 - 20/08