Limbonic Art – “Moon In The Scorpio” (1996)

Artist: Limbonic Art
Title: Moon In The Scorpio
Label: Nocturnal Art Productions
Year: 1996
Genre: Symphonic Black Metal
Country: Norvegia

Tracklist:
1. “Beneath The Burial Surface”
2. “Moon In The Scorpio”
3. “Through Gleams Of Death”
4. “Overture: Nocturne”
5. “In Mourning Mystique”
6. “Beyond The Candles Burning”
7. “Darkzone Martyrium”

…O dell’immensità della notte norrena… (parte seconda)

Non aveva idea di quanto tempo fosse trascorso da quando si era fermato, né tantomeno di cosa gli stesse accadendo intorno; la piazza era ormai vuota e, per giunta, la temperatura andava sempre più calando sotto i colpi di una gelida brezza venuta da chissà dove. Non che a lui importasse così tanto, dal momento che il suo sguardo rifiutava di staccarsi dallo spettacolo offerto dagli astri mentre il suo orecchio, di pari passo, si perdeva dietro quelle melodie ancestrali e vocalizzi tanto armoniosi. Di qualcosa però egli non poté non accorgersi: i suoi piedi avevano lentamente abbandonato il terreno, e sopra di lui l’aurora boreale verdognola si faceva sempre più vicina fino a inghiottirlo nel suo ammaliante luccichio. Immergervisi richiese poco tempo, passarvi attraverso sbucando dall’altra parte ancora meno, e fu allora che l’uomo iniziò ad avvertire un cambiamento radicale. Il suo volto era ancora paralizzato all’insù, e una volta superata la nebbia di particelle color smeraldo tutto ciò che rimaneva da fissare era l’impenetrabile vuoto comico, fatta eccezione per una Luna la quale, da rassicurante satellite lontano osservato per innumerevoli notti, era divenuta un pallido sasso bianco dalle proporzioni gargantuesche, un occhio di ghiaccio morto il quale pareva fissarlo con disumana insistenza; e ghiacciato pareva anche il vento che gli veniva sputato addosso, talmente forte da alterare le calde sinfonie in precedenza udite sino a trasformarle in orchestrazioni compresse, fredde e sinistramente algide, il tutto mentre in contemporanea la voce si faceva lontana, distorta e aliena. Nel suo cuore non vi era più alcuna traccia della meraviglia al cospetto del cielo stellato, ma soltanto la vivida impressione di star galleggiando in uno spazio-tempo del tutto estraneo, ed innaturalmente crudele: impressione che si fece certezza quando un piccolo punto nero che egli aveva notato sporcare la bianca sfera della Luna prese ad ingrandirsi ed allungarsi verticalmente, mentre sopraggiungeva nella sua direzione. L’uomo faticava a crederci, ma quando l’essere dalla forma vagamente umana, longilinea e rivestita da una svolazzante tunica fu di fronte a lui, all’istante capì che la sua precedente esistenza finiva in quel momento, e lasciava posto ad un’aberrante eternità.

Il logo della band

Di contro, su questa Terra la costante unica ed inevitabile continua ad essere la caducità di ogni cosa, oggi come tre decadi or sono; incalzato dai più che risaputi guai con la legge norvegese, dalla difficile gestazione dell’iconico full-length di debutto della sua band principale ed in generale dall’idea che la bolla rappresentata da quel genere da egli stesso plasmato fosse prossima all’esplosione, l’attento Tomas Haugen decide di canalizzare la propria dedizione alla causa anche in ottica promozionale, ed in contemporanea all’enorme impatto di “In The Nightside Eclipse” consegna un secondo pesante lascito alla scena estrema nazionale. Nel solo ’94 la sua Nocturnal Art Productions imprime difatti il proprio marchio sul retro di ben tre mini-album, incluso il “Constellation” che apre la strada agli Arcturus così come a tutto il Black Metal con il naso (pittato) rivolto all’insù. Dopodiché arriva l’incarcerazione, accompagnata però dal coronamento degli intenti di salvaguardia del genere con il recupero e la ristampa, finalmente con tutti i crismi che vi si addicono, del dimenticato “Anno Domini” dei Tormentor su compact, ed una volta riacquisita la libertà il prossimo obbiettivo appare chiaro: il lancio di una prima raccolta di inediti su formato esteso, magari ad opera di una band nuova nel giro, la quale esprima appieno le potenzialità del genere declinato secondo l’ottica di Samoth, nelle tematiche quanto nelle sonorità. Il cavallo vincente per tale scopo, caso vuole, il direttore d’orchestra ce l’ha già in scuderia, ed ha per giunta rilasciato per conto della stessa etichetta una tape promozionale di mezz’ora in cui, dietro ad un logo senz’altro accattivante, sono celati tutti i mezzi per portare avanti lo stile inizialmente forgiato dagli Emperor, non ancora certissimi sulle possibilità di regalare al mondo un secondogenito all’altezza del folgorante opus primum, ed in cerca quindi di nuovi adepti alla loro visione più spietatamente sofisticata della Nera Fiamma.

La band

Sta tutta qui la fortuna ed insieme la disfatta dei Limbonic Art, il monicker sul quale, forse più che su ogni altro, erano ricadute le immediate speranze di tutti i momentanei orfani della istantanea, imperiale leggenda del Telemark: il botto registrato dalla prima fatica in studio di Daemon e Morfeus, in Norvegia come nel resto del Vecchio Continente, fu qualcosa di semplicemente inaspettato nonché un altro segnale lampante di quanto gli equilibri stessero cambiando nell’apparato mediatico e creativo della musica estrema. Archiviata l’eco dei fatti di sangue e fuoco riguardanti le formazioni della prima ondata, la Scandinavia inizia ad essere osservata dagli appassionati e descritta dalle riviste di settore per ciò che in effetti è, ovverosia un terreno dalla straordinaria fecondità e fertilità per quanto concerne progetti ognuno radicalmente differente dall’altro, eppure uniti da una poetica squisitamente notturna che proprio nel buio dei cieli artici sta trovando una dimensione espressiva inedita. C’era stato appena un mese prima Aspera Hiems Symfonia”, puntellato dalle elucubrazioni tastieristiche dei Dimmu Borgir con a contorno persino i battesimi dei prossimi sodali Nagash e Galder, e ciononostante nessuno di codesti futuri campioni di incassi aveva ancora riscosso un’oncia del successo del duo di Sandefjord; col supposto senno di trent’anni dopo, non pochi malpensanti puntano ora il dito verso le spintarelle dello stesso Samoth (il quale oltretutto non esiterà a portarsi in tour la coppia di enfant prodige una volta riavviati gli Emperor sui palchi europei), tuttavia è difficile negare quanto il forse passeggero ma effettivo nonché meritatissimo clamore riservato a “Moon In The Scorpio” ed ai suoi immediati successori non fosse dovuto alla convinzione in ogni senso estrema messa in campo dal two-pieces norreno.
V’è giusto da aspettare che gli inquietanti rumori dello spazio profondo, escamotage assolutamente singolare per l’epoca e reiterato per tutto l’ascolto, lascino posto all’introduzione di “Beneath The Burial Surface” per accorgersi della totale mancanza di contegno scelta dai Limbonic Art quale cifra stilistica del loro effettivo e quanto mai prima di allora lampante Symphonic Black Metal suonato in chiaro, fondato su brani dalle strutture barocche ed in special modo sulle onnipresenti tastiere di Morfeus, per l’appunto e a buona ragione istantanee pietre miliari in ambito sinfonico per la loro concretezza, ubiquità espressiva e al contempo centralità nell’economia dei pezzi. Le ambizioni di un certo metallo (nero ma non solo) a farsi erede della musica classica non sono mai state così realistiche, nel bene così come nel male: una simile proposta ad esempio raramente può esimersi dal mostrare il fianco a lungaggini e magniloquenza per qualcuno senz’altro evitabili, purtroppo o per fortuna (a seconda del gradimento) limitate ad una per noi estimatori eccezionale “In Mourning Mystique”, la quale col suo esaustivo quarto d’ora, maestoso come nel 1996 ancora il Black Metal non lo si era mai sentito, posto tempisticamente su per giù a metà scaletta rischia di tagliare le gambe ad una fruizione completa, oscurando così quanto di buonissimo vi è in seguito, specie i virtuosismi e le cangianze dell’eccellente “Beyond The Candles Burning”. Ciononostante, l’intuizione della filarmonica norvegese a due elementi di interpretare la notte scandinava è la carta vincente di un disco spaziale ante-litteram, spettacolare in ogni senso, che paradossalmente funziona meglio quando limita appunto alle due estese suite la cosmica spettacolarità di degli ipotetici Arcturus sotto steroidi e favorisce invece la teatralità più oscura e stregata della title-track, quella imbastita dai fruscii di vento solare e dalle orazioni coesistenti nella sinistra “Overture: Nocturne”. Da simili, magari semplici, accorgimenti deflagrano così una magnifica ed omonima “Moon In The Scorpio”, probabile apice del disco e dei Limbonic Art in toto dove le keyboards si fanno compresse e inumane tanto quanto la drum-machine sempre manovrata da Morfeus, in preparazione all’illuminata apertura conclusiva; drum-machine alla quale verrà subito data tridimensionalità mediante la più ragionata “Through Gleams Of Death” ed i suoi ritmi da deriva tra stelle morenti, per un dittico-manifesto dell’indiscussa grandezza di questo progetto.

Se quindi l’ad oggi unico superstite Daemon, sull’incipit della finale “Darkzone Martyrium” (arricchita su ogni successiva stampa dalla bonus track “The Dark Rivers Of The Heart”), trova il tempo di riservarsi qualche disturbante invocazione al Dominus Spiritus Sathanas, è perché con l’affermarsi della diarchia di Sandefjord l’Avversario si sposta per la prima volta dalle profondità infernali all’alto dei cieli, secondo un blasfemo capovolgimento di fronte capace di suggestionare parecchi successori, facendo scuola sul piano tematico (le elegie al diabolico Empireo degli Inquisition) quanto sonoro (i vuoti siderali tra un segmento e l’altro elevati a potenza dai Darkspace): il tutto senza nemmeno sprecare altro inchiostro su quanto quelle tastiere così ingombranti, sbattute in faccia al pubblico borchiato senza attenuanti, scuse di sorta né giustificazioni, abbiano lasciato un segno profondissimo ed un precedente irreversibile nella generazione sinfonica di fine Nineties di qui prossima a scatenarsi come una tempesta, astronomiche o meno fossero le tematiche trattate.
Paradigma insomma dell’act divisivo in una nicchia a sua volta divisiva quale era il Black Metal di sfacciata natura orchestrale, i Limbonic Art degli inizi riescono nel medesimo debut a farsi punto d’arrivo nello sdoganamento dei sintetizzatori nel genere, ed in parallelo a lanciare nonché a dare dignità all’uso della batteria elettronica vista non più come sconveniente sostituzione di un esecutore in carne ed ossa, bensì come necessaria architrave di un sound sintetico, alieno ed anti-umano qui invero non ancora completamente delineatosi, ma che presto sarebbe stato codificato da un perfido trio di connazionali assistiti tra i flutti dell’Inferno non a caso dallo stesso Anders G. Offenberg Jr. al timone della produzione di “Moon In The Scorpio”. Chiudere dunque un ciclo ed iniziarne uno nuovo con un solo album, peraltro di esordio, è un traguardo del tutto fuori portata per dei banali raccomandati – e difatti nella Norvegia in pieno subbuglio di trent’anni fa a Daemon e Morfeus viene legittimamente conferito lo status di sensazioni in fulminea rampa di lancio; condizione che il two-pieces nordico finirà col patire sul lungo periodo sentendosi forse costretto ad una prolificità esagerata per la complicata proposta, come tradiscono l’ibernazione tra 2003 e 2006 e l’abbandono di Morfeus di lì ad un triennio. Sugli sforzi a conti fatti da solista del vocalist cadrà invece un meritato silenzio impermeabile a sensazionalismi e nostalgie, dolorosamente simile all’assenza di suono che al di là dell’esosfera attende una Luna la quale, purtroppo, difficilmente tornerà mai in Scorpione.

Michele “Ordog” Finelli

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