Artist: Alcest
Title: “Les Chants De L’Aurore”
Label: Nuclear Blast Records
Year: 2024
Genre: Atmospheric Black Metal
Country: Francia
Tracklist:
1. “Komorebi”
2. “L’Envol”
3. “Améthyste”
4. “Flamme Jumelle”
5. “Réminiscence”
6. “L’Enfant De La Lune (月の子)”
7. “L’Adieu”

La memoria, per molti, è un luogo a cui poter tornare finché ne si ha. Una necessità che sa di casa lontana da casa: un’abitazione dello spirito avverso agli stratagemmi caotici e raffinati della mente verso cui tende spesso in maniera non soltanto inconscia ma insondabile, incomprensibile, perché così tanto di frequente questo fittizio trascorso o genius loci non è mai stato realmente vissuto, sicché fatto di momenti mai avvenuti e di emozioni mai viste, generando mitica pace nell’animo che necessita di un rifugio oltre la narrazione spuria del consumato, del veduto, del sentito.
E questa calma mai provata è con ogni probabilità la nostalgia più bruciante: quella che canta di tutto ciò che mai è stato esperito in prima persona, ciò che probabilmente è pura idea ricalcata su pensieri d’altri a loro volta calchi di fantasia e capriccio, e che nondimeno si sente intimo proprio nella sua seducente universalità, parte del proprio passato nella singolare maniera per cui finiamo per conoscere meglio questa creazione involontaria, istintiva e subliminale di una memoria rispetto alle fattezze -per così dire più oggettive, per quanto poco possibile- dell’autentico ricordo stesso e solo che la mente si sforzerebbe a conservare fino alla fine non fosse per ciò che ode il cuore.

Alcest, come idea prima che celebrato progetto musicale, è da sempre proprio questo: il ritorno necessario ad una dimensione altra di ricordo senza ricordo; di memoria senza un potenziale e riscontrabile vissuto ma con una voce tutta sua, inconfondibile, attraente, magnetica, potente, la quale canta di ciò che forse mai v’è stato nel cosiddetto reame del reale, nel concreto, ma che è appannaggio della creazione dell’anima la quale, per sua natura, verso l’archetipico ricordo precedente alla vita tende – all’infanzia, alla solennità della innocenza di un indefinito fanciullo dal volto sconosciuto eppure familiare il quale avanza senza pensieri ma ricolmo di bruciante malinconia in una radura assolata, immerso com’è nel sublime oceano di spighe di grano più alte di lui, colorata di aurea patina seppia come in una vecchia foto sbiadita che potrebbe provenire da qualsiasi età, lontana cronologicamente e per aspetto eppure così vicina alle sensazioni ed inclinazioni nascoste sotto la coltre dell’ognidì.
Dunque anche nel suo estetico e poetico opposto vi è l’eloquenza di un topos infinitamente caro e persino basilare nell’idea stessa di autentico Black Metal che, con ogni avversativa e discordanza possibile, porta avanti “Les Chants De L’Aurore”: la propensione all’oltremondano e la ricerca di cosa ci precede, da dove veniamo e ciò a cui dobbiamo inevitabilmente ritornare. Diversamente dal suo per molti versi speculare fratellone maggiore “Spiritual Instinct” del 2019, disperato bagliore di trascendenza e bisogno di protezione in un uggioso, morente ottobre la cui oscurità e veemente pesantezza sonora tanto ineditamente tangibile è figlia dell’eccessiva (ma creativamente catalizzatrice, nel concreto caso, di certo) presenza e pulsione del reale al suo interno, proprio verso quella nuova nascita di luce oltre invernale si allunga: un disco non meramente di luminosità e chiarore -non sarebbe né la prima volta, né tantomeno l’esclusiva- bensì fatto di (e in ciò contrassegnato da) quella impalpabile eppure inconfondibile essenza che hanno i giorni tra la vitalità estrema della primavera e la forza abbacinante dell’estate.

Un album fresco per atmosfere di una tiepida, quasi vivace brezza sussurrante parole d’incanto e la melodia ricorrente di un sole che sorge ancor più radioso dopo l’incupimento ed indurimento, tumulto della parentesi notturna del predecessore (un capitolo, vale la pena ribadirlo, assolutamente necessario e catartico oltre che banalmente riuscitissimo, ma in retrospettiva importante anche per la ruvida concretezza non perduta nel suo attuale successore – si pensi alla splendida “Améthyste”) e la fu rinascita di coordinate stilistiche nel transitorio “Kodama”, dove Neige e Winterhalter ritrovano la pace con il mondo incantato ed ultraterreno dell’interiorità: della più armoniosa ed intensa primavera color smeraldo e topazio dello spirito che si manifesta nei toni caldi, squisiti e leggeri de “L’Envol” e nella meraviglia “L’Enfant De La Lune (月の子)”, con ogni probabilità uno dei migliori lavori di sempre degli Alcest, reminiscente tanto della solare sfavillanza de “Les Voyages De L’Âme” e persino dell’incurante liberazione “Shelter” in toni, quanto del fanciullesco stupore dell’indimenticato debutto il quale viene finalmente superato in modi e qualità da tutta l’incredibile, oggi quasi progressiva esperienza maturata fin qui, sia negli andirivieni chitarristici di scale sgranate con la precisione tempistica della cristallina “Komorebi” che nei mozzafiato crescendo sulle cui ali d’airone si libra pressoché ogni effettivo brano.
Di pezzo grandioso in potenziale futura hit, tra gli accentuatissimi blast-beat dell’opener e le crude harsh vocals della già citata “Améthyste”, fra le altre, in “Les Chants De L’Aurore” c’è del resto proprio tutto quel che ci si sarebbe mai potuto aspettare dagli Alcest, espresso tuttavia nella veste più caratteristica e caratterizzante che mai di uno dei progetti più importanti del genere nel nuovo millennio: un anelito di splendida forza sprigionata con delicata eleganza ma con esuberanza emotiva aliena a qualsiasi altro collega ed epigono nel filone. Niente grigiore, niente tristezza verrebbe da dire – la pianistica esperienza da piccola camera “Réminiscence” come l’acustica “L’Adieu”, senza nemmeno prestarsi all’irrequietezza del Metal estremo né farne uso (più assimilabili infatti alle funzioni di interludio e commiato), mostrano comunque una tensione ed uno slancio vitale senza precedenti in fattezze, ricucendo la volatilità delle rotonde ed infinite forme chitarristiche art nouveau di un “Écailles De Lune” con il solare coraggio delle armonie sospese de “L’Envol” e “Flamme Jumelle”, sfruttando così la funzione pienamente narrativa di ogni possibile stilismo impiegato, dalle aperture più ampie e maestose conclusive del citato secondo brano alle chiusure nei maremoti di feedback e laceranti distorsioni che creano armonia laddove si dimenano più sghmebe e maldestre, sia quando divergente che quando mescolato e fatto diventare una cosa sola nell’inconfondibile approccio Alcest: non necessariamente un sogno, e difatti meno onirico che in passato proprio per via della sua natura di portale indiretto a questo mondo dell’immagine oltre al mondo che viviamo, nei cui sette pienissimi titoli dove tutto ha la più estrema, veicolare importanza non a caso convivono più che mai universali le sensazioni di una sempre solivagante tendenza estetica all’orientalismo mista alla ruralità squisita dei campi incolti del sud della bucolica Francia in cui perdersi sotto al sole delle tre di pomeriggio, ascoltando in concerto la nenia delle onde ed il garrito dei gabbiani oltre l’orizzonte di granoturco ed oro.
Tutto ciò fa di “Les Chants De L’Aurore” una primizia, uno dei dischi più sinceri e leggeri nel migliore senso del termine, più autonomi e genuinamente Alcest nonché definenti l’unicità assoluta del progetto mai riusciti al duo: un giardino di arcane delizie il cui ricordo si intensifica all’ascolto e la cui fisionomia verdeggiante si fa avanti come un’oasi nel deserto del tempo; il manifesto di positiva reclusione creativa ed intenzioni artistiche a tutto tondo, fatte d’immagini fugaci e musica, di parole dette ed impossibili da dire, di lingue sconosciute alla mente ma imparate a memoria dal cuore come fossero i suoi infallibili battiti. Perché sempre del ritorno al ricordo di un tempo passato e mai passato, più che mai prima d’ora, qui si parla. Della resistenza di questa pregiata, carissima idea; di questa preziosa memoria che antecede la vita affinché, in qualche modo, possa resistere alla vita stessa: acciocché possa non essere lavata via col finire di essa, dimenticata con il termine e l’archiviazione del faldone di sogni, ricordi e pensieri che lascerà questa terra per altre sponde un giorno. Rive di luce a cui ritornare, in linea con il buio infinito che accecanti sottintendono – e di cui “Les Chants De L’Aurore” vuole e riesce ad essere autentico, speciale testamento artistico per la posterità che continuerà a leggervi, ogniqualvolta lo vorrà, quel luogo interiore e tutti i suoi splendidi simboli.
– Matteo “Theo” Damiani –
