Artist: Vintersorg
Title: “Vattenkrafternas Spel”
Label: Hammerheart Records
Year: 2025
Genre: Symphonic/Folk Black Metal
Country: Svezia
Tracklist:
1. “Efter Dis Kommer Dimma”
2. “Störtsjö”
3. “Malströmsbrus”
4. “Från Djupet Dunstar Tiden”
5. “Ur Älv Och Å”
6. “Kraftkällan”
7. “Regnskuggans Rike”
8. “Skyrök”
9. “Ödsliga Salar”

Vattnet finner vägen…
Che la crescita e lo sviluppo di un individuo siano o meno inquadrabili nel contesto peninsulare, come quello italiano o quello scandinavo, oppure direttamente isolano come nel caso di britannici e islandesi, ma anche nell’istanza della piena continentalità ancorata alla sola terraferma di Austria, Svizzera, Repubblica Ceca ed altri tra i più centrali possedimenti di un’antica Europa sempre meno riconoscibile nelle sue forme storiche, si può dire con un ragionevole grado di convinzione e certezza che esista una sorta di memoria collettiva la quale potremmo definire oceanica e marittima, nell’uomo. Si potrebbe persino andare oltre: l’acqua che oceani e mari mette insieme, elemento imprescindibile alla vita sul pianeta, che lo compone in misura più o meno salina e amniotica e che è corpo anche di laghi, fiumi, torrenti, cascate, ruscelli, corsi, pioggia, neve, pozzi, falde e giacimenti sotterranei, nascosti all’occhio o in piena vista sotto i raggi del sole i quali, facendola evaporare nell’aria come tempo nella storia, permettono a quest’ultima di tornare in eterno sotto altra forma nel più grande ciclo dell’esistenza – questa acqua, a cui siamo così abituati da non far più caso ai suoi effetti fuori e dentro di noi, è in sostanza della medesima essenza antica e primordiale, originaria, della profondità della nostra mente, quasi sua forma visibile e corrispettivo di una realtà immanente ma nuovamente non visibile.

E s’è vero che, come ci dice un fittizio dottor Ian Malcom splendidamente musicato da John Williams nell’ormai poco recente 1993, la natura trova sempre un modo, specialmente ingegnoso di scovare e sfruttare i nostri punti strutturalmente più deboli, così fa questa forza acquatica, profonda, oscura, abissale, che diviene dunque un contrappeso dell’impenetrabilità e dell’impossibilità di pieno controllo su ciò che, come aquae, è per sua stessa essenza spaventosamente inafferrabile: la sfera della psiche quanto quella del sistema naturale non autonomo di Swedenborg, pieno di mistiche corrispondenze tra materiale e spirituale, tanto fragile ed altrettanto essenziale al corretto funzionamento biologico; come acqua, libera di divenire ghiaccio all’occorrenza e parimenti di tornare liquido quasi per magia, rappresentazione estetica di vita e morte, Eros e Thanatos, fuoco e ghiaccio della fine di Robert Frost, una specie di opera teatrale in scena ogni giorno mediante quella indicibile forza in suo pugno. “Vattenkrafternas Spel” ne indaga i contorni per l’appunto prodigiosi, quelli trolltatt, stregati in metafora se vogliamo: così come da tradizione scandinava e particolarmente svedese di un mondo naturale reimmaginato nelle sue ombre e rivisto tramite gli occhi di un John Bauer e della sua fatata (benché spesso inquietante) meraviglia. Ma quell’acqua a cui occorre tornare, quel potere magico trasformativo ma pure pièce drammatica in continua evoluzione narrativa che dialoga osmoticamente con il circondario, è come anticipato anche la possibilità violenta di fine che le saghe del patrimonio nordico conoscono fin troppo bene; la fine del mondo intero nel mare impazzito dei testi di mare di Conrad, nell’acqua tetra, eterna, mulinante nelle xilografie giapponesi di Hokusai, Hiroshige, Ogata Korin e Keisai Eisen – un aspetto che i Vintersorg di Andreas Hedlund tengono profondamente in considerazione nel momento di crearvi un concept quale base di un disco dalle fattezze che potremmo definire naturmystik come quelle del proprio undicesimo in studio.

Nondimeno “Vattenkrafternas Spel” è un’opera che sa cullare, così ricca di stupore e di una tale freschezza compositiva da essere per forma aliena al corpus Vintersorg da troppi anni (con una simile ispirazione ed incisività, nonché gusto, si potrebbe azzardare persino dai tempi di “The Focusing Blur”, ormai oltre venti or sono); annosa e nordica, chiaramente, ma non come nell’innevato throwback al passato-futuro forzato ed incasellante del forse inutilmente revivalistico “Till Fjälls – Del II”, piuttosto dalla forma libera e rinnovata proprio come nei periodi più esplorativi ed avanguardisti del progetto principale di Hedlund, da una intera vita artistica accompagnato da Mattias Marklund e, negli ultimi due album, anche dal basso di Simon Lundström. Questa qualità ambivalente, fatta di contrasti pieni e dalle radici antiche, profonde eppure in qualche modo inedite per risvolti finali, fa godere alle nove nuove composizioni, compatte ed incredibilmente coerenti tra loro eppure sfaccettate e pienissime d’immagini e stili (tanto da mostrare una sorta di cinematograficità compositiva in seno Vintersorg che a sua volta ha del nuovo), di una natura settembrina marciante verso il suo crepuscolo vitale ancorché bagnato dalle calde ombre dell’estate e della sua forza dirompente con cui si riprende inaspettatamente la più animalesca e brutale mistica -anche stilistica- del Black Metal quanto (ma non come: vale a dire con una veemenza ora persino aumentata in numeri) fatto nei più primigeni esordi “Hedniskhjärtad” e “Till Fjälls”, scartando di netto dalla scarsa, eccessivamente saccarina presa melodica di un “Naturbål” ed episodi similari, ricordando maggiormente il modo in cui (ad esempio nel caposaldo anno 1999 “Ödemarkens Son”) la baritonale, piena e volatile voce pulita di Andreas volteggiava su blast-beat e tremolo-picking che sembrano provenire dai monti e dalle nebbie, dai pendii e dalle foreste sempreverdi e secolari.
La musica assume così la mutevolezza alchemica tra stati dell’acqua come collante, anche per stile; tra momenti di pura magia sinfonica ed estremizzazioni molto più frequenti che in passato (basti pensare a come tutto inizia in una ben esemplificativa “Efter Dis Kommer Dimma”). Ma esattamente per queste ragioni è seriamente difficile parlare di un mero ritorno alle origini, di uno sguardo esclusivamente teso verso le fondamenta del progetto o di come-back stilistico all’ascolto di “Vattenkrafternas Spel”, dal momento che, per quanto forse lontana dall’essere strettamente innovativa o sperimentale (come in altri capitoli di metà carriera del progetto più longevo di Andreas Hedlund, qualora contestualizzati a quel che si è sentito nel genere fino alla metà della prima decade dei ‘00), una formula che sia perfettamente comparabile a quel che si trova in “Från Djupet Dunstar Tiden” o “Regnskuggans Rike”, per dirne soltanto due, non la si era effettivamente ad oggi ancora mai ascoltata. Gli echi della (fino a questo momento) maggiore aggressività del leggendario debutto “Till Fjälls” si estendono dopo otto anni dall’ultimo lavoro, certamente, specie nella predisposizione più accentuata a blast-beat ed annerimenti vari ed eventuali (la spettacolare intensità di una conclusiva “Ödsliga Salar”); eppure vi è una tutta nuova e chiaroscurale tensione al sinfonico, all’orchestrale e crepuscolare per certi versi rétro, quasi old-school se inquadrato in termini scandinavi. Una predisposizione tardo-novantiana che gioca nuovamente con la fratta di creature magiche, nascoste, folkloristiche e con la potenza romantica della natura nordica come orchestrata da Edvard Grieg (la cui neoclassicità di fiati ed archi è qui imperativo anche nelle chitarre dello storico duo), finendo per mischiare Symphonic Black Metal d’antan (“Skyrök” e l’anticheggiante umbratilità di “Kraftkällan”, su tutte) con velocità da capogiro alla stregoneria maligna dei Finntroll (l’opener, ma anche una sorprendente “Störtsjö”, benché dai rovesci più epici) per toni tastieristici, atmosfera e vitalità dei movimenti (i cui cambi repentini, specialmente vocali, accomuna più che in passato e in più di un passaggio anche ai connazionali Månegarm), recuperando col farlo la progressività filmica ed ipermelodica di “Visions From The Spiral Generator” (in “Malströmsbrus”) e l’estro avanguardistico, sperimentale e coraggioso con le armonie strambe di un già citato “The Focusing Blur” (la preziosa ed esuberante “Ur Älv Och Å”, con tanto di trombe e canto joik) per poi riprendere la semplice grandezza compositiva dal gusto Folk (mai nei Vintersorg così vicina agli Otyg di “Älvefärd” prima d’ora, risultandone quasi una versione più matura ed estremizzata) che sembrava ormai irrimediabilmente persa dallo stanco “Jordplus” in avanti.
Al netto di una produzione un filo troppo compressa e dal respiro ridotto per la oltremodo pregevole quantità di dettagli, e di qualche soluzione con ogni probabilità troppo condivisa tra diversi brani (specie nelle parti velocizzate, ma forse è più la voce inconfondibile del Nostro, soprattutto quando spesa in pulito, a poter dare a qualcuno un’impressione di ridondanza che, per altri palati, potrebbe invece essere di vincente coesione), al nuovo sopraggiungere di ogni squisito rallentamento non si può negare che “Vatterkrafternas Spel” sia uno dei migliori parti a nome Vintersorg da venti anni a questa parte, se non il migliore in assoluto – nonché un disco fresco, di completezza, naturalissima ispirazione e riuscitissimo in generale. Se dunque per i fan degli ultimi passi del progetto il ritorno di Andreas Hedlund e soci, dopo oltre otto anni di silenzio dal più recente ed alquanto interlocutorio ritorno allo stile del debut con la sua parte seconda, specie considerando che non ne erano mai trascorsi più di tre tra disco e disco per tutti i dieci precedenti, già basterebbe a rendere “Vattenkrafternas Spel” un piccolo evento in sé, la musica lo farà ancor di più anche per tutti gli altri e meno affezionati: perché parafrasando un Vilhelm Moberg caro al cuore dello stesso compositore svedese, si tratta di tornare alla proverbiale fonte ma non necessariamente indietro alla precisione sistematica dell’origine, della matrice, per poter trovare come inevitabilmente fa un fiume la propria sempre nuova via, differente dalla precedente eppure a quest’ultima indefessamente legato per sorgente; non naufragati insomma nella infinita rincorsa al dinamismo giustapposto di tempeste emotive o nella riproposizione al termine notturno delle idee, bensì ritrovati senza alcuna necessità di revamp nelle profondità mentali del variopinto ed umido sottobosco di una magia che non ha fine, irrequieta e viva come l’acqua, curiosa e vivace come i suoi abitanti nascosti che proprio e non casualmente di essa, in tanto larga misura, sono fatti.
“Jag är vatten, jag är början. […] Jag var före sorgen och glädjen. Jag var före gråten och skrattet. […] Jag var före plågan och våndan och ångesten på jorden. Jag var före människornas släkt. Nere i mörka jordens grund brusar mina ådror, som ingen känner. Men här rinner jag upp nedanför kullen, här speglar jag ekarnas kronor och följer släktens gång genom världen. Jag är källan, jag är början…”
– Matteo “Theo” Damiani –
