Fuath – “I” (2016)

Artist: Fuath
Title: I
Label: Neuropa Records
Year: 2016
Genre: Atmospheric Black Metal
Country: Scozia

Tracklist:
1. “In The Halls Of The Hunter”

2. “Blood”
3. “The Oracle”
4. “Spirit Of The North”
5.
6.
7.

“Your eyes are full of hate, Forty-One. That’s good. Hate keeps a man alive. It gives him strength.” (da “Ben-Hur”, 1956)

Dopo la tristezza, sopraggiunge l’odio.

Il logo della band

Sul finire del 2015, l’ormai discretamente noto master-mind scozzese Andy Marshall (per chi non conoscesse: Saor, Àrsaidh, Askival) annuncia l’arrivo di un nuovo ed ennesimo progetto musicale.
Il monicker è questa volta Fuath, che significa per l’appunto “odio” in gaelico, nel quale il Nostro avrebbe originariamente dovuto curare ogni strumento, fatta eccezione per le parti vocali ad opera di Richard Brass dei britannici Wodensthrone.
Il passo dall’annuncio dell’esistenza della nuova band alla rivelazione di ogni singolo dettaglio dell’imminente debutto discografico su full-length è stato decisamente breve, ed ecco giungere sul mercato “I” ad opera della belga Neuropa Records.
All’uscita del singolo “Blood”, un mese prima del disco, viene anche però (ben poco chiaramente) specificato che il progetto si tratta ora dell’ennesima one-man-band di Marshall: Brass non ha infine partecipato in veste di cantante, fatto che ha relegato dietro al microfono, ancora una volta, il ragazzo scozzese.

Andy Marshall

“I” si presenta solido e compatto fin dalla prima rapida scorsa alla tracklist, ancor prima dell’ascolto vero e proprio: quattro lunghi pezzi come tradizione vuole nel genere di Black Metal dilatato e dalle tinte atmosferiche, sicuramente molto caro al giovane scozzese, per un totale di circa quaranta minuti di musica.
Il già citato singolo “Blood” mette bene in mostra le peculiarità e i caratteri distintivi del suono del disco: sporco ma dal taglio moderno e molto pieno grazie ai variegati layer e la distorsione adeguatamente ricercata. I richiami al Black d’anni ’90 tanto paventati da Marshall, in sede di descrizione del nuovo progetto alla stampa, non sono poi molti a ben sentire: a parte la sempre presente influenza dell’egemonica creatura Burzum, muovendosi su queste coordinate stilistiche, la visione d’insieme richiama più il lavoro a nome Àrsaidh dello stesso polistrumentista (“Roots”, Darker Than Black 2013, ma privo di folklore esplicito), nonché il filone più ipnotico, dilatato e stratificato del Black Metal atmosferico di inizio millennio, di cui nomi come i primi Drudkh e i Lunar Aurora (passato il pacchiano e ridondante periodo smaccatamente sinfonico) potrebbero essere ora i più vicini paragoni stilistici.
Con questi esempi non si vuole di certo screditare la personalità del progetto Fuath, che gode della particolare e ormai assodata impronta dei vari gruppi in cui ha militato e milita Andy Marshall, tuttavia è bene chiarire fin da subito che -viste le intenzioni stesse- ci si trova innanzi ad un prodotto meno vario di quanto fatto dallo scozzese in altre sedi.
La staticità stilistica (ma non sonora!), incentrata sulla reiterazione rituale di riffing e strutture, va a braccetto con la composizione scarna e gli arrangiamenti, semplici ma efficaci, riempiti dai soli vari riverberi dal sapore dark-shoegaze diramantisi dalla linea melodica (e quella ritmica) delle chitarre, stratagemma a cui ormai il pubblico che segue lo scozzese dovrebbe essere discretamente abituato, e con lo screaming monocorde del Nostro (a cui si è più volte accennato anche in sede di recensione di “Aura”) utilizzato alla pari di un ennesimo strumento aggiunto alla tavolozza dei freddi colori utilizzati.
Dopo la tristezza sopraggiunge l’odio e viceversa, viene spontaneo pensare allo sciorinarsi delle note del disco: l’opener “In The Halls Of The Hunter”, ad esempio, possiede l’eleganza coacerva e ariosa dei già citati primi Drudkh, tuttavia contestualizzati all’a.D. 2016, che dal primo cambio di tempo vanno a giocare con il riffing più focalizzato e catchy dei Darkthrone, rendendo piena giustizia al carattere negativo e nero del monicker. Con “Blood” iniziamo a sentire il rancore far posto alla malinconia, giunta ad ammantarci con il suo sali-scendi di sfumature e tristi melodie sorrette da tempistiche sostenute. “The Oracle” è sfortunatamente il pezzo meno riuscito del platter nella sua (esagerata) staticità e pressoché assenza minima di variazioni, che si salva però grazie ad un colpo di coda finale adagiato su inedite e rocciose sonorità à la Viking Metal che richiamano, nella loro sostenuta cavalcata, tanto i Moonsorrow (merito anche dei sintetizzatori di fondo, più prominenti che nel resto del disco) quanto i Bathory. In questo senso, alcune similitudini con gli Enslaved da “Isa” in avanti potrebbero non essere completamente azzardate.
La conclusiva “Spirit Of The North” vede finalmente l’odio incrinarsi in pianto e lasciarsi andare a tutto il lato più introspettivo e scoraggiato dello scozzese (prima d’ora inedito -a questi livelli- nei suoi altri progetti), e la mestizia e l’angoscia diventare protagoniste soffuse del pezzo più bello e trasportante del disco. Musicalmente vicina tanto a Vemod, Wodensthrone (quelli di “Curse”, Candlelight Records 2012) e Winterfylleth, quanto alla genuina arte concettuale nata nel 1994 con il premiato “Hvis Lyset Tar Oss”, la varietà di suoni e stili qui impiegata (ad onor di cronaca totalmente mancante nel brano precedente) chiude in bellezza un disco tanto semplice quanto carico di sentimenti, che si rivelano nella loro bellezza solo col passare degli attenti ascolti.

“I” è stato prodotto dall’americano Spenser Morris (già al lavoro con Andy per le registrazioni ed il mastering di “Aura” dei Saor) e lo splendido quanto indicato artwork di copertina è ad opera di Luciana Nedelea.
I Fuath di sicuro non inventano nulla. Tuttavia, con personalità, riescono dove invece molti altri nello stesso genere, portando all’avventore prodotti scialbi e ruffianamente dilatati (leggasi: semplicemente noiosi) per composizione carente e non per scelta stilistica, falliscono. Nel debutto della one-man-band scozzese, dunque, l’introversa ipnoticità e la dosata ripetizione diventano così apatici elementi imprescindibili per trasmettere malinconia e freddezza all’ascoltatore, il grave calare della notte ed il suo manto di oscurità penetrante.
Freddo e cupo il flebile e futile filo che separa lo sconforto dal risentimento, aleggiante drappo nero finanche sotto un cielo stellato.

Dopo l’odio, del resto, sopraggiunge la tristezza.

“Che cosa ha rotto la grande voce,
la voce grande e bella?
La meravigliosa voce non è più
quella che fluiva come un fiume,
scrosciava come un torrente,
gorgogliava come una sorgente.

La tristezza ha rotto la grande voce,
la voce grande e bella!
La splendida voce si è arrochita
ed ora non fluisce più come un fiume,
non scroscia più come un torrente,
né gorgoglia più come una sorgente.”

(Elias Lönnrot da “Kanteletar”, 1840)

Matteo “Theo” Damiani

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