Downfall Of Nur – “Umbras De Barbagia” (2015)

Artist: Downfall Of Nur
Title: Umbras De Barbagia
Label: Avantgarde Music
Year: 2015
Genre: Atmospheric/Folk Black Metal
Country: Argentina

Tracklist:
1. “I – Intro”
2. “II – The Golden Age”
3. “III – The Downfall Of Nur”
4. “IV – Ashes”
5. “V – Umbras De Barbagia”

Intorno a metà gennaio 2015 la celebre Avantgarde Music (etichetta di riferimento da oltre vent’anni -se si considera anche il periodo Wounded Love Records– nel panorama nazionale ed internazionale) annuncia che il full-length di debutto di una giovane ed, ai più, pressoché sconosciuta one-man band italo-argentina, sarebbe uscito tramite i suoi canali di lì ad un paio di mesi. La band in questione fa riferimento al monicker Downfall Of Nur ed il debutto in questione s’intitola “Umbras De Barbagia”.

3540365541_logo

Il logo della band

Il progetto vede la luce nel 2013 dalla mente e dalle azioni del giovanissimo Antonio Sanna, in arte “A.”, che fa uscire il suo primo demo su cassetta (già ben congegnato e strutturato) nello stesso anno, intitolato “Jhanas-Nur”, il quale vede il suo successore nell’EP dell’anno seguente: “Umbras E Forestas”. Già nelle prime due minori pubblicazioni, in soli due anni, il Nostro mette in evidenza quelli che sarebbero stati i tratti distintivi del sound della proposta dei Downfall Of Nur anche nel full-length, non solo stilisticamente e musicalmente: ci troviamo infatti di fronte ad un Black Metal forte di atmosfere dilatatissime (ma non privo di momenti più energici e trascinanti) e ricco di strumenti a fiato tradizionali ed autoctoni, che non disdegna talvolta incursioni in lidi più marcatamente “Depressive”. Ma, come accennavo pocanzi, non solo: anche liricamente e concettualmente ci troviamo innanzi un lavoro forte di un’identità ben consolidata e precisa. Lo stesso nome del progetto fa riferimento alla civiltà nuragica (significando letteralmente “la caduta [la fine] dei nuraghi”), antica popolazione della Sardegna, terra nativa del Nostro, prima del trasferimento in Argentina, dove attualmente risiede.

Tutte e tre le uscite, compreso il disco in questione, sono incentrate s’un folklore evidentemente sentito, sulla spiritualità, la natura e le tradizioni rituali di questo antico popolo e la sua civiltà. Queste sensazioni sono ben espresse e fornite all’ascoltatore anche previa lettura dei testi. Infatti, è impossibile non sentirsi avvolti da un’atmosfera fortemente mistica ed atavica quando si ascolta il fluire delle note presenti nei lavori della one-man band.

Arriviamo quindi alla pubblicazione di “Umbras De Barbagia”, disco suonato in ogni sua parte, ad eccezion fatta per le parti vocali a cura di Dany Tee, dal Nostro mastermind. Proprio in questo aspetto troviamo il primo (di diversi) elementi di miglioria e maturazione rispetto alle prime due pubblicazioni: il comparto vocale fornito dal nuovo guest-vocalist della band è azzeccato e deciso in ogni sua parte e sfaccettatura, e dona la giusta atmosfera (e carica nei momenti più prorompenti) ai brani, con un timbro che ricorda (tra i più famosi) quello del Vikernes più lancinante o di Stephane Paut (Neige) dei francesi Alcest quando si destreggia-va, nei solchi dei suoi dischi, con le harsh-vocals.

10855080_858442440890430_596809122785268110_o

A. e il guest vocalist Dany Tee

L’album presenta 5 tracce: 4 lunghi pezzi effettivi ed un Intro che scopre subito le carte in tavola sul mood che il disco presenterà di lì ad un paio di minuti. Pioggia ed effetti naturalistici, oltre a delicate e malinconiche chitarre suonate in pulito e dal sapore fortemente settanti ano, offrono il trampolino di lancio al primo vero e proprio pezzo del disco: “The Golden Age”, introdotta da un pianoforte a coda e dalla progressiva entrata in scena di arpeggi ci chitarra acustica seguiti da flauti e poi da una launedda (strumento a fiato autoctono sardo, dal suono simile a quello di una bombarda od una cornamusa dell’Est), fino al maestoso ed annichilente attacco del comparto elettrico. Arriviamo dunque a quello che è il secondo punto di forza, rispetto al passato, del platter: la produzione. Più bilanciata e decisamente meglio curata che in passato, nonostante rimanga fortemente organica e per niente finta o laccata, permette ad ogni strumento (anche agli acustici presenti nelle parti più confusionarie e strizzanti l’occhio a sonorità talvolta quasi Shoegaze) di ritagliarsi il suo spazio in collaborazione con gli altri, e di essere perfettamente udibile ed apprezzabile nel suo complesso. Stilisticamente i pezzi appaiono decisamente più maturi e meglio realizzati rispetto al -recente- passato; le continue progressioni infatti scorrono senza intoppi e linearmente, donando sempre freschezza ed appeal ai brani.
I vari cambi di tempo sono la vera forza del disco: continue virate e passaggi da cavalcate in cui vengono predilette sfuriate in doppia cassa e, soprattutto, blast beat (mai statici come in altre proposte, però). Dopo l’attacco e la sfuriata nella prima metà di “The Golden Age”, arriviamo ad un momento di profonda quiete in cui soavi voci quasi corali ci accompagnano verso il riattacco del comparto elettrico (non prima di essere stati deliziati, però, da un malinconico quanto efficace violino), il quale ci porta alla conclusione del brano con il ritorno dell’emotivamente strazianti launeddas citate in apertura.
Il pezzo che prende il nome della band stessa, “The Downfall Of Nur”, è probabilmente quello che, dopo un inizio abbastanza classico, presenta lo stacco emotivamente più sentito e lacerante dell’intero disco (nonché uno dei momenti più alti presenti nello stesso, affidato al mix di corno e launeddas). Questa parte di pezzo è impossibile da descrivere, in uno scritto come anche a parole: unicamente da ascoltare.
Giungiamo quindi alla seconda metà del disco quasi senza accorgercene: i pezzi sono tutti e quattro lunghi oltre i 10 minuti di durata, ma scorrono letteralmente come durassero meno della metà dal piacere e l’interesse che suscitano nell’ascoltatore.
La prima parte di “Ashes” colpisce per la sua vena più smaccatamente “Depressive Black” e meno folkloristica dei due episodi precedenti, rimanendo però probabilmente il pezzo che, preso singolarmente, rende meno all’interno dell’album, pur tenendosi sempre su livelli qualitativi molto alti, soprattutto grazie allo stacco centrale che dona, come negli altri pezzi, quel respiro più ampio e tragico al suono del disco.
Il pezzo conclusivo (la title-track “Umbras De Barbagia”) rappresenta forse il più emblematico del platter, nonché forse il migliore nella sua realizzazione: in poco più di dieci minuti di magia, varietà di stili e registri, il nostro A. riconferma tutto ciò che è stato detto e fatto nei pezzi precedenti, in una sintesi perfetta che ci accompagna, con tanto -questa volta- di cornamusa, verso la conclusione di quello che è stato un autentico viaggio. Talvolta dolce, e molto più spesso spietato, come solo la natura stessa sa essere.

Inutile dire quanto questo sia un disco da assimilare nella sua interezza, senza pause di sorta che distraggano dal fluire delle note, per poterlo gustare al meglio e riuscire a cogliere tutta la gamma di emozioni che questo piccolo gioiello può riservare all’ascoltatore. Inutile altresì dire che, se questo è “solo” il debutto di questa giovanissima one-man band, è lecito e doveroso aspettarsi davvero molto in futuro da questo progetto che, sicuramente, parte con ben più di un piede giusto.
Il disco è stato rilasciato in un elegante digipak in versione limitata a 100 copie numerate con photobook a seguito (andate sold-out prima dell’uscita fisica) ed in versione digipak non numerata.

Matteo “Theo” Damiani