Wolfhetan – “Was Der Tag Nicht Ahnt” (2012)

Artist: Wolfhetan
Title: Was Der Tag Nicht Ahnt
Label: Autoprodotto
Year: 2012
Genre: Black/Folk Metal
Country: Germania

Tracklist:
1. “…In Die Stille Der Zeit”

2. “Abschied”
3. “Vollkommenheit”
4. “Eispalast”
5. “…Was Der Tag Nicht Ahnt”
6. “Tagtraum”
7. “Ankunft”

Il logo della band

La storia musicale recente, complice la negativa possibilità fin troppo ampia di realizzare un lavoro con pochissime pretese alla portata di pressoché chiunque, ha visto protagonisti di autoproduzioni clamorosamente snobbate dalle etichette (grandi o piccole che siano) moltissimi ottimi artisti fortunatamente riusciti a liberarsi -in un modo o nell’altro- dalla spessa coltre d’indifferenza (legittima) che ammanta l’inflazionato mondo discografico e dei suoi ascoltatori di vario tipo.
Gli effetti del fai-da-te in campo musicale sono ovviamente molteplici e un pensiero al riguardo sarebbe da formularsi senz’altro più complesso e strutturato di due righe in apertura ad una recensione che vuole chiaramente avere ben altri scopi, tuttavia è bene tenere a mente che vi è sempre un rovescio della medaglia quando determinate azioni (come la produzione di un disco) sono totalmente alla portata di tutti: il “mercato” si satura (anche s’è tendenza del “metallaro” reputare -alquanto utopicamente ed ingenuamente- questa branchia musicale non dominata da logiche di marketing in realtà evidenti) e l’ascoltatore, sommerso da un’offerta che supera di gran lunga la domanda, diventa sempre più inevitabilmente annoiato e stimolato in ogni momento al punto da divenire insensibile alla musica stessa.
La colpa? Sicuramente una sorta di mancanza di auto-consapevolezza da parte di un grandissimo numero di musicisti, magari semplicemente carenti di un retroterra artistico minimamente valido. Come detto, il fenomeno è senz’altro più vasto e complesso, tuttavia a farne le spese sono sempre e comunque gruppi e act come i tedeschi Wolfhetan.
Mai sentiti? Appunto.

Wolfhetan

Nonostante la qualità altissima e la fattura sublime dei due lavori in studio ad oggi pubblicati, i Wolfhetan, nati come one-man-band del membro omonimo dei connazionali Odal nel 2002, non hanno finora ricevuto la benché minima attenzione da parte di critica e pubblico se non tra una ristrettissima cerchia di cultori di tali sonorità.
Il progetto solitario si evolve in un trio solamente nel 2006 per le registrazioni di “Entrückung”, validissimo debutto uscito per Irminsul Records e mantiene questa forma immutata fino ad oggi.
Ma veniamo al punto: ben sei anni dopo esce (autoprodotta) una vera e propria gemma totalmente inconsiderata dal pubblico; il secondo disco dell’act turingio s’intitola “Was Der Tag Nicht Ahnt” ed è solamente uno dei tantissimi splendidi lavori che fanno le spese della situazione inflazionistica di cui si accennava in apertura, senza meritarlo -a differenza di molti altri- nella maniera più assoluta.
L’eclettica miscela di Black Metal naturalistico e silvestre che si fonde con un folklore intrinseco magistralmente posato tra gli anfratti del pentagramma, gioca con emozionanti partiture dal sapore quasi Jazzistico e lasciate alla più ispirata improvvisazione dei Nostri, con le più variegate influenze libere di scatenarsi e manifestarsi con una naturalezza sorprendente tra cori, controcori e momenti ferali ma al contempo squisitamente melodici.
La realizzazione del disco ha del sorprendente: è praticamente impossibile non rimanere ammaliati dall’incedere dei lunghi e policromi pezzi strutturati dal trio, almeno quanto irrealizzabile è un paragone netto con musica proveniente dai più inconsci recessi delle nostre conoscenze musicali.
Certo: Burzum rimarrà sempre un’ispirazione per un certo tipo di Black Metal, e Wolves In The Throne Room, Agalloch e Ulver potrebbero presentarsi come validi input per chi volesse approcciarsi al disco (se non altro per intenti), o -ancora- il Black melodico svedese fa capolino qua e là con più o meno insistenza, ma non derivabilità, a seconda delle occasioni… Tutti paralleli leciti e utili per determinare coordinate stilistiche e donare un consiglio il più possibile focalizzato, quanto per una rarissima volta incapaci di centrare veramente il punto.
Perché non vi è traccia dello stratagemma tipicamente Agalloch di sezione ritmica a collassare su sé stessa con rimasuglio finale di un’unica solista acustica o semi-acustica; non vi è traccia dell’ossessività ipnotica nel riffing per parlare di inflazione atmosferica, quanto “Kveldssanger” non è stato minimamente scomodato dal suo (supposto) trono, durante i momenti acustici e più Neo-Folk, e nemmeno le linee alternate di riff in minore e accenti di basso con progressioni armoniche in maggiore di “Bergtatt” o “Nattens Madrigal” (ma potremmo dire Isengard, Storm o addirittura primi Gorgoroth) sono ravvisabili grazie al forte flavour di folklore centro-europeo dell’opera ora in discussione.
Le evoluzioni e progressioni strumentali sono magnifiche e continue, sorrette e spesso condotte (!) da un basso con il già accennato sapore talvolta Jazz e talvolta Blues, e riescono nel quasi impossibile compito di non far perdere immediatezza al disco pur nelle sue strutture dinamiche e anomale.
I passaggi acustici, infine, donano all’ascoltatore momenti di dolcezza quasi materna e calore ignito, contraltare di un abisso nero di vortici estremi e cacofoniche voci mefitiche su minori armoniche, che sorprendono per la loro composizione e posizione nei lunghi brani.

Stiano pure alla larga i fan dei Revenge, l’oltranzismo fine a sé stesso non è pane per i denti dei Wolfhetan che -al netto di una produzione e realizzazione comunque sempre estremamente Black Metal e dal sapore Raw, grezzo ma al contempo elegantissimo- riescono nel consegnare un disco ambizioso, coraggioso e riuscito quanto pochi, nella sua miscela di potenza fisica, cattiveria e cesellata finezza.
Il mondo della musica oggi è senz’altro inflazionato ed è difficile muoversi agevolmente al suo interno per via delle fin troppe uscite mediocri, tuttavia pare chiaro che un disco come “Was Der Tag Nicht Ahnt” non ancora ricevente le dovute e spettanti ammirazioni -a distanza di (già) quasi quattro anni- rappresenti comunque uno smacco ben grosso e irrispettoso.
Non siatene participi o fautori.

Matteo “Theo” Damiani

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