Svartidauði – “Revelations Of The Red Sword” (2018)

Artist: Svartidauði
Title: Revelations Of The Red Sword
Label: Ván Records
Year: 2018
Genre: Avantgarde Black Metal
Country: Islanda

Tracklist:
1. “Sol Ascending”
2. “Burning World Of Excrement”
3. “The Howling Cynocephali”
4. “Wolves Of A Red Sun”
5. “Reveries Of Conflagration”
6. “Aureum Lux”

 

Il ritorno discografico degli islandesi Svartidauði è sicuramente quel che si può definire una terrificante sorpresa.
Tanti anni, non meno di sei per l’esattezza, sono trascorsi dall’acclamato “Flesh Cathedral” -in realtà infinitamente perfettibile quantomeno in personalità- e l’attesa di chi stava tenendo d’occhio da tempo i tre di Reykjavík (quattro, in sede live, come tengono a sottolineare tutte le foto promozionali più recenti) era stata sminuzzata da diverse prove su EP, la maggiore delle quali (“The Synthesis Of Whore And Beast” del 2014, non sorprendentemente la prima) ancora non troppo distante da stile e risultati del debut di due anni precedente.

Il logo della band

L’occasione della pubblicazione del secondo full-length, “Revelations Of The Red Sword”, è pertanto anche la prima prova maggiore ad uscire per la rinomata Ván Records e soprattutto è, anche in primissima analisi, fin dal più iniziale e introduttivo ascolto, una totale rivelazione rispetto a ciò a cui la band aveva abituato fino ad oggi. Che si prenda come banale campione un solo brano, anche estratto pigramente e senza convinzione dall’eccellente fluire del lavoro, o che ci si approcci ad esso in modo più lodevolmente ortodosso, risulta quasi impossibile non rendersi conto di quanto menti e strumenti di Sturla Viðar, Þórir e Magnús abbiano questa volta agito in sorprendente comunione d’intenti nonostante l’esponenziale aumento del coraggio, della slegata eleganza stilistica e della varietà esercitata in ogni aspetto del disco.

La band

L’approccio esageratamente straniante di “Flesh Cathedral”, così monolitico da essere spesso distraente e dispersivo, è totalmente rivisto e gli Svartidauði lo malleano oggi limandone gli spigoli privi di enfasi, lo sintetizzano riducendo il timing dei singoli brani e caratterizzandoli tra loro con allucinazioni disparate senza rinunciare, al contempo, alla già dimostrata capacità di generare atmosfere orrorifiche e realmente turbanti che possano permeare l’intero sgorgare di “Revelations Of The Red Sword”; tornano in poche parole assolutamente maturati, migliorati, affilati, trascesi in capacità di scrivere brani che partono sempre dall’ormai tipico Black Metal islandese -con tutto il carico apocalittico che ne consegue- tuttavia arricchito in primis dall’originalità di afflati psichedelici geometricamente disposti a reticolo, creati da riff di portentoso interesse: quando pieni, quando diafani e aperti, quando sbilenchi, ove ricercatamente tecnici, ma anche nei dettagli maggiormente basilari e melodici, la creatività è indubbia e fluida ma soprattutto -forse per la prima volta- totalmente a prostrazione della forma che nonostante la difficoltà d’intenti a cui l’ascolto rimane costantemente sottoposto è, con sommo sbigottimento, assolutamente memorizzabile.
“Sol Ascending” e “Aureum Lux”, rispettivamente perfetti alfa e omega, aprono e chiudono quindi il disco con la completezza di un maestoso gusto armonico mescolato al disarmonico che gli Svartidauði non avevano mai dimostrato e che innalza empireo il valore delle composizioni di per sé studiate e profonde. A scanso di equivoci è bene chiarire, e vi si badi bene, che non ci si ritrova per tale ragione tra le mani un disco più solare (al netto del dipinto mozzafiato realizzato da un Dávid Glomba in evidente stato di grazia) o smaccatamente melodico: al contrario quel che la band può vantare è un risultato ancor più spaventoso, che sfida l’orripilante tramite il sublime e che riesce ad agguantarlo proprio per la sua maggiore approcciabilità – non frutto di un impoverimento o di una rinuncia agli ostici caratteri di declinazione tra l’Orthodox e l’avanguardistico sperimentale, ma di un loro implemento più intelligente e personale (non sarebbe esagerazione ritenerlo, e quindi definirlo, ora decisamente unico) che ripone nel dimenticatoio con rispetto la lezione Deathspell Omega precedentemente depauperata d’intensità, in quanto quasi ripetuta a memoria da scolaretti con eccessivo zelo, creando traslucenti gioielli del calibro di “Burning World Of Excrements” il cui assetto ritmico fuori di testa riesce a scatenare un armageddon lisergico di proporzioni bibliche, lapilli in stratificazioni di riff folli incastrati nella strepitosa prova di Magnús Skúlason che dietro al suo drum-kit gioca con sensibilità jazzistica, rinforzata in pesantezza Extreme Metal, ad innalzare edifici ritmici tra sfacelo e ricostruzione (espediente che tornerà con ancora maggiore ed attonente intensità nella seconda metà dei citati undici minuti conclusivi, da manuale, della solenne ma devastante “Aureum Lux”), bravissimo anche nella scelta di affidare diversi passaggi a beat maggiormente solidi e limpidi, favorendo dinamismo e fiato.
La riduzione della solidità nelle geometrie esecutivamente stortate degli Svartidauði apre così ai colori psichedelici gettati dalle sovrapposizioni delle chitarre (l’effetto a tradire è in più casi quello della monoliticità di castelli di sintetizzatori sotterranei), alle introduzioni di arpeggi sghimbesci, abbacinati, complessi e ricchi di dettagli nel creare pathos ascendente; espedienti novelli che troviamo sia in “The Howling Cynocephali” (vetrina d’imprevedibilità d’accenti) che “Wolves Of A Red Sun”, mutuati in passaggi interludici guizzanti nei quasi dieci minuti più cupi e spettrali di “Reveries Of Conflagration”.
Ogni episodio del disco offre in tal modo spunti e carattere da potervi creare attorno altrettanti album, ed è quindi solo per sintesi e comodità che non si può tuttavia trattenersi dal citare “Aureum Lux” come brano dalla composizione pressoché perfetta, visionaria, tremenda e terremotante. Statuaria in principio, distruttiva prima di un finale affidato all’agghiacciante dilatazione di funereo Doom; un sunto in analessi eccezionale di quanto gli Svartidauði abbiano saputo costruire in “Revelations Of The Red Sword”.

In conclusione, non solo nel lettore sta finendo di girare il miglior disco della band -accessorio quasi scontato al termine dell’analisi- ma un incubo di enorme cura ed efficacia, fortunatamente valorizzato al massimo dal grande livello della bilanciata produzione ad opera totale di Stephen Lockhart (Rebirth Of Nefast) che garantisce a “Revelations Of The Red Sword” tutti i mezzi per risplendere della piena luce sinistra che possiede da concezione, di quella eleganza istintiva nel creare un disordine che è ora totalmente calibrato, perfettamente controllato e indirizzato verso una vittoria assoluta; metafora di ascolti che volano continui, incessanti e in ripetizione come tremendo terrore. Quello dell’ineluttabilità di un lupo che inghiottirà il sole, infinto ciclo, epitome inarrestabile della nera morte che con spada cremisi svetta di fronte ai nostri sguardi pietrificati non intenzionata a lasciare in piedi sopravvissuti.

Matteo “Theo” Damiani

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