Goatmoon – “Stella Polaris” (2017)

Artist: Goatmoon
Title: Stella Polaris
Label: Werewolf Records
Year: 2017
Genre: Folk/Black Metal
Country: Finlandia

Tracklist:
1. “Intro”
2. “Stella Polaris”
3. “Rock The Nations”
4. “Wolf Night”
5. “Sonderkommando Nord”
6. “Warrior”
7. “Conqueror”
8. “Overlord”
9. “Palavien Ali-Ihmisten Löyhkä”

Essendo stato anticipato a vario titolo da anteprime ed annunci praticamente per più di un anno, il nuovo e quinto capitolo su full-length dei finlandesi Goatmoon era a ragion veduta uno dei dischi più attesi d’inizio 2017. L’uscita di “Stella Polaris” è stata più volte rimandata, dal 2016 fino al 2017, accrescendo aspettative forti di una discografia di assoluto livello e in perenne crescita qualitativa: a partire dai picchi del 2011 con l’uscita di “Varjot”, giungendo al 2014 con il parto dell’acclamato e pluripremiato “Voitto Tai Valhalla”.

Il logo della band

Non bisogna dimenticare, questo è certo, l’uscita dello spartiacque “Finnish Steel Storm”: secondo disco del progetto putativo di BlackGoat Gravedesecrator che dieci anni fa presentò per la prima volta i germi del cambiamento dal sound primitivo e Black/Punk delle origini al più prossimo ritrovamento delle nazional-romantiche radici folkloristiche suomi – oggi bagaglio sempre più forte ed integrato nella musica dei Goatmoon.
“Voitto Tai Valhalla” ha, in tal senso, a distanza di sette anni, scaraventato senza possibilità di replica lo stile della band verso i malinconici, battaglieri e orgogliosi lidi e riferimenti tradizionali, in una decisiva consacrazione discografica che, per alcuni versi, rimane tale ancora oggi. Il suo successore “Stella Polaris” è stato anticipato da diversi veri pezzi da novanta negli ultimi mesi (addirittura “Kansojen Hävittäjä” -oggi “Rock The Nations”– era stata presentata tramite radio locale ad inizio 2016), scelta che ha reso ancor più fibrillanti e curiosi gli ascoltatori del polimorfo progetto (in questa sede quintetto totalmente rinnovato in cui ritroviamo solo il vecchio bassista Stormheit).

BlackGoat Gravedesecrator

Ciononostante, scorgiamo un volto decisamente familiare: otto brani e una introduzione per comporre un disco dalla breve durata di poco più di mezz’ora in cui, a sprazzi, i Goatmoon danno il meglio di loro stessi e, in altri (fortuntamente più brevi e circoscritti) momenti, propongono scelte inaspettate e malauguratamente non sempre appaganti.  Nessuno stravolgimento, benintesi, title-track e “Rock The Nations” rilasciate in anteprima forniscono una fin troppo ottima chiave di lettura del lavoro, nonché del suo ampio savoir-faire, con quella mina incendiaria di “Wolf Night” a quadrarne il cerchio. Inutile quindi soffermarsi più di tanto sulle qualità indiscusse e riconosciute della band, i cui elogi erano stati sperticati in sede di recensione di “Voitto Tai Valhalla” solo tre anni or sono, anche questa volta da subito capace di ricreare gelide tormente di BlackMetal finlandese (oggi non più solamente contrappuntate dal calore delle incursioni acustiche, ma con esse amalgamate in modo encomiabilmente maturo -direttamente al cuore della composizione- in chiara ammirazione Storm/Isengard). Di conseguenza, più interessante potrebbe oggi rivelarsi soffermarsi invece proprio sulle scelte opinabili maturate dal collettivo per la realizzazione finale di “Stella Polaris”.
Il quinto disco della band, per via della bontà con cui è stata scritta la quasi totalità dei pezzi, potrebbe risultare un compendio dell’attuale picco produttivo dell’intera discografia, ma soffre anche della strutturazione di una tracklist mal congegnata e (come anticipato in sede dell’articolo sui migliori dischi di febbraio) di una natura velatamente hit or miss che non tarda a palesarsi in un paio di episodi totalmente evitabili.
Rientra qui in gioco il fattore brevità dell’album: assolutamente non un male di per sé, gli esempi di dischi corti e proprio per questo da heavy-rotation fioccano, tuttavia l’esigua durata di “Stella Polaris” va a scontrarsi con un’esagerata semplicità e prevedibilità di molte soluzioni impiegate (per via della cattiva disposizione dei brani) nonché -ancor più peccaminosamente- con la presenza di un paio di smaccati filler piazzati senza vergogna in un così limitato timing complessivo. Chi scrive si riferisce innanzitutto alla piuttosto inesplicabile “Sonderkommando Nord”: il secondo brano più lungo del disco, completamente strumentale, esageratamente ripetitivo e senza alcun mordente effettivo che ne giustifichi una tale ridondanza, è apprezzabile se non altro per il suo tentativo di porsi come spartiacque folkloristico dopo una tripletta di brani aggressivi (e di altissima fattura) posti in apertura, ben meno elogiabile è invece l’effettivo riscontro del pezzo che va ad uccidere l’attenzione e la grande carica accumulata, spezzando troppo presto il lavoro in due parti. Una scelta che risulta ancor meno appetibile dal momento che la successiva tripletta vede succedersi ottimi pezzi che, per quanto il valore dei singoli sia anche qui davvero molto alto, così tanto da potersi garantire un sicuro premio tra le cose migliori scritte dai Goatmoon ad oggi, risultano troppo simili tra loro in mood e stilistica per essere sciorinati in così diretta sequenza, andando così a svalutare e sminuire imperdonabilmente una triade di composizioni che -se poste in modo banalmente più indicato e vario- avrebbe altrimenti fatto la vera fortuna del disco. In secondo luogo troviamo “Palavien Ali-Ihmisten Löyhkä”, una conclusiva canzone lenta, semi-acustica e dal cantato beota (chiedersi se non si tratti di uno scherzo considerato il contesto potrebbe non essere eccesivo) che si stacca completamente e questa volta davvero incomprensibilmente dal finale maestoso ed incredibilmente azzeccato di “Overlord” (che sarebbe invece stata una chiusura semplicemente perfetta), con un risultato qualitativo ed emotivo a tratti francamente imbarazzante. Va detto che posta in mezzo al resto dei grandi brani avrebbe rovinato ancor di più lo scorrere del platter, di conseguenza chi scrive nota come si sia optato per il male minore, tuttavia ciò non riesce a distogliere completamente il celato sentore di fastidio che deriva dai diversi interrogativi sulla natura assolutamente riempitiva del paio di brani analizzati. Si potrebbe, inoltre, ancora discutere sulla scelta di stravolgere completamente le metriche di un cantato tanto più aggressivo quanto più naturale ed efficace qual era un anno fa il natìo finlandese di “Kansojen Hävittäjä” (nel disco, con liriche adattate in inglese, “Rock The Nations”), o di omettere nella versione finale dell’album il sample del tuono udibile all’inizio della title-track rilasciata invece come singolo mesi fa (dal risultato originariamente galvanizzante, che avrebbe collegato alla perfezione l’introduzione acustica con la partenza vera e propria del platter). Sfido chiunque, ascoltando le differenze mostrate, a ritenere le scelte finali quali calzanti e migliori per la riuscita del disco.

Una vera sorpresa resa ancora più amara dall’indiscussa bontà e altissima qualità del nuovo lavoro nella sua restante totalità: con uno stile ormai inconfondibile, un utilizzo quanto mai maturo, splendente e chimerico delle tastiere (arricchite di maestosi organi a canne e piglio talvolta sinfonico), ogni brano rappresenta ciò che di meglio è stato composto, pensato e registrato dai Goatmoon ad oggi. Il folk della Terra dei Mille Laghi e delle fronde che toccano il cielo (con i suoi strumenti tipici, siano a fiato o corde) è inoltre più integrato che mai nelle innevate partiture Black Metal risultando un connaturato ed organico tutt’uno di rara e squisita naturalezza. Di conseguenza, “Stella Polaris”, seppur inficiato dalla presenza di un paio di episodi tanto evitabili quanto infelici, rimane in conclusione l’ennesimo lavoro riuscito della band, che conquisterà sicuramente gli amanti delle loro sonorità, ma lascerà altresì un forte amaro in bocca per via delle scelte discutibili che ne hanno tarpato le potenziali ali, già pronte a spiccare il volo verso il gradino più alto del podio dell’attuale discografia, ponendolo invece come sola riconferma dopo il sorprendente “Voitto Tai Valhalla” pur avendo tutte le carte in regola per andare anche ben oltre.

Matteo “Theo” Damiani