Funeral Mist – “Hekatomb” (2018)

Artist: Funeral Mist
Title: Hekatomb
Label: Norma Evangelium Diaboli
Year: 2018
Genre: Black Metal
Country: Svezia

Tracklist:
1. “In Nomine Domini”
2. “Naught But Death”
3. “Shedding Skin”
4. “Cockatrice”
5. “Metamorphosis”
6. “Within The Without”
7. “Hosanna”
8. “Pallor Mortis”

 

Fuggire da un giudizio divino impendente o al contrario farlo proprio, abbracciarne l’estetica di ossimorica luce e rivelazione, trarne vitale consapevolezza in completa parafrasi memento mori ed infine impiegarne quella che -in partenza- era parsa minacciosa essenza, come letale arma poetica per tradurre in musica le proprie oscure visioni?
Il ritorno del monicker Funeral Mist, totale appannaggio compositivo -ma non realizzativo- di Arioch (Daniel Rostén all’anagrafe, più noto al pubblico come Mortuus per l’ugola prestata ai Marduk dall’ormai lontano 2004), nel 2018 poteva dirsi sicuramente qualcosa d’inaspettato. Non che ad onor del vero il progetto fosse mai stato ufficialmente chiuso dopo “Maranatha” del 2009 (e non che i tempi tra un lavoro e l’altro siano mai stati esattamente snelli), ma con un totale impegno fisico, temporale e mentale, tale è quello con una band di caratura e solidità di planning dei Marduk, era ben lecito aspettarsi una battuta d’arresto anche in via definitiva di ciò che ha orbitato attorno alle azioni artistiche più in vista del musicista svedese.

Il logo della band

Così non è stato, ed “Hekatomb” è piombato a sorpresa via Norma Evangelium Diaboli sugli scaffali e nei lettori come un autentico fulmine dall’alto.
Qualcos’altro di lecito da aspettarsi, giunti a questo punto, è che l’esperienza ormai pluridecennale del Nostro con i Marduk abbia in qualche modo modificato il DNA compositivo ed arrangiamentale dei Funeral Mist – o calcificato, vista e considerata comunque la predisposizione in tal senso sintomaticamente sempre palesata in sede di scrittura per riffing e strutture ritmiche (non sorprendentemente, peraltro, dal momento che i contatti di Rostén con il nucleo della sua ormai più attiva band risalgono, per strade parallele, a quasi un decennio precedente al suo ingresso nel gruppo grazie a frequentazioni come quella di Fredrik Andersson, ex-Allegiance ma soprattutto longevo batterista della seminale formazione svedese da “Opus Nocturne” a “La Grande Danse Macabre”, compare dello stesso Arioch nei meno noti Triumphator fin dal ’98). Se ciò non bastasse, all’equazione si può aggiungere che dietro le pelli del nuovo “Hekatomb” troviamo un non nuovo Lars B: nient’altri che quel Lars Thomas Ulf Broddesson, batterista dal 2006 al 2013 dell’ormai principale impegno di Arioch.
La genesi, in tale via retrospettiva, forse spiega come non sorprendentemente “Hekatomb”, fin dal primo ascolto per i più avvezzi al percorso evolutivo dei Marduk, si riveli per molti versi quasi un paletto inforcato a metà terreno tra intuizioni e stile di “Wormwood” con le scelte produttive (e non solo) di “Frontschwein” (la firma nella produzione di Devo Andersson è visibile a caratteri cubitali e fornisce l’ennesimo ponte), pur sempre condito da una non dimentica aura di salvifica indagine del mistico e del religioso; sicuramente propria dell’esperienza derivata dal monolitico ma senz’altro originale “Salvation” e dal più malato, nonché sperimentale, “Maranatha”.

Arioch

Ciò che permette però a “Hekatomb” di svettare senza grosse difficoltà sui suoi predecessori (non solo in diversità) è il sacrificio sull’ancora sanguinante altare di quelle complessità e lungaggini quasi artificiose, in favore, qui prettamente ricambiato ai Marduk dai tempi del regalo di squisita poetica del Nostro risalenti al 2004, di un’incisività e snellimento d’approccio che a tratti sorprende se si considera l’enorme profondità mantenuta (e non è fuori dal mondo azzardare maturata) nel processo; una vera e propria sintesi di perfezionamento che percorre ed affina ogni elemento maggiormente collaudato nella carriera omnia di Rostén, appoggiato da un indispensabile collaboratore con scambio d’evidente mutua comprensione, arricchito dalla pletora di accorgimenti in fase d’arrangiamento (soprattutto, ma non solo, vocale) che rendono “Hekatomb” molto di più che quel tassello, per certi versi ancora mancante, tra la sfilza di dischi precedentemente citati in sommari balzi trasversali tra le band del musicista, bensì un lavoro che rifulge di luce autenticamente propria pur godendo sempre di una chiave di lettura maggiormente profonda che, volendo, risiede proprio nel percorso poc’anzi esemplificato ai suoi minimi termini.
I motivi sono molteplici: innanzitutto, per quanto Arioch sia un vero e proprio asso nella manica nelle prestazioni vocali che rimangono più prettamente in casa o tempio altrui (con qualche passaggio da mattatore d’illustre eccezione), è nei suoi Funeral Mist che dona sotto questo versante le sue prove più camaleontiche, teatrali, per così dire sperimentali, e se non accorate, sicuramente più possedute, funamboliche e velenose in termini puramente stilistici.
In secondo luogo per atmosfera generale; “Hekatomb” procede, musicalmente, senza interruzioni tra sprazzi di lampi e visioni, in guizzi di tracotanza musicale e dissonante per peccato d’ibris, come un cupo vangelo privo di spiegazione esplicita, in continui mantra ossidiani sempre accattivanti perché generalmente dotati di groove inarrestabile (una sorprendente “Naught But Death” in cima), d’inquietanti passaggi innalzati dall’inserimento di perversi campionamenti dal sapore malsanamente religioso (la non sola “Pallor Mortis”), di pesantezza annichilente, di distruttività escatologica veicolata in musica anche con schizofrenia e malinconico (rin)tocco Ambient (“Cockatrice”, “Shedding Skin”), di quella squisita ricerca formale di retaggio Orthodox e mantra vocali d’eccezione per rievocare filosofica d’ovidiana memoria (“Metamorphosis”, ma anche meno immediatamente “Within The Without”) e di amari o apocalittici pinnacoli d’ingabbiamento emotivo per apprensione e malumore in rivelazione d’impotenza -e conseguente prostrazione- nei confronti del divino (“Hosanna”) che traducono in note un Uppenbarelseboken sicuramente caro a Rostén; in definitiva, un lotto che restituisce un lavoro a marchio fumante Funeral Mist che, se ancora incentrato per atmosfere sull’esplorazione del misterioso e occulto in declinazione teosofica, rifulge tuttavia sotto la luce di chi una risposta -musicalmente parlando- è ormai prossimo a trovarla.

Ecatombe è in questo senso stata l’azione di sacrificare conoscenze e convinzioni pregresse per fare un balzo, slegandosi da preconcetti come proverbiali catene, in favore di una rinnovata consapevolezza stilistica che proprio per la sua natura omnia va a creare totale naturalezza d’intenti e -così- a strappare le macere carni, rivelando lo spirito più puro e formalmente perfetto del progetto Funeral Mist – prima intrappolato e gridante orrori ad un cielo fin de siècle che, per inesplorabilità del divino, non poteva fornire certezze ma solo sgomento e tensione interiore; ora non più guidato da un’estetica ma guidante la stessa, tra sacro e profano, tra il piano fisico di un ossario e quello spirituale della contemplazione dell’altissimo -se non comprensibile- ormai pericolosamente a portata di dito.
In conclusione, torniamo e proviamo a rispondere al quesito posto in essere in apertura senza più troppa difficoltà: con un giro ormai lungo tre full-length, numero probabilmente non casuale, la salvezza non è più appannaggio esclusivo di coloro che non questionano l’insondabile. Ci vuole forse sregolatezza alla radice, magari un pizzico di presunzione, tuttavia è solo a seconda del grado di sopportazione che la luce (o l’assenza di essa) può accecare – ma anche rivelare la via. Quella limpida di un disco dalla squisita ed enorme completezza che troverete in “Hekatomb”.

Matteo “Theo” Damiani

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