Entropia – “Ufonaut” (2016)

Artist: Entropia
Title: Ufonaut
Label: Arachnophobia Records
Year: 2016
Genre: Psychedelic Black Metal
Country: Polonia

Tracklist:
1. “Fractal”

2. “Samsara”
3. “Ufonaut”
4. “Apogeum”
5. “Mandala”

6. “Paradox”
7. “Veritas”

Ancora una volta la Polonia si dimostra foriera di Black Metal di altissima qualità: i giovani Entropia giungono a metà febbraio al traguardo del secondo full-length personale, a tre anni di distanza dall’autoprodotto “Vesper”, e lo fanno approdando al roster della connazionale Arachnophobia Records.

Il logo della band

Se molti potranno essere gli ascoltatori nuovi al quintetto polacco, uno stuolo -presumibilmente- ben più corposo alzerà la mano reo di non aver ancora avuto modo di ascoltare i cinque alle prese con la prova di debutto. In ogni caso, è utile spiegare quanto i Nostri siano notevolmente cambiati nei tre anni trascorsi da “Vesper” a questo nuovo “Ufonaut”, oggetto dello scritto: il disco del 2013, seppur di buona fattura tutto considerato, peccava ancora di una discreta inesperienza palese, nonché scelte compositive tendenzialmente prolisse e una derivazione stilistica fin troppo ampiamente rintracciabile in altri act come (su tutti) Celeste, Altar Of Plagues (di “Mammal”, soprattutto) e The Great Old Ones.
Lo Sludge e le tinte più marcatamente Post-Hardcore, rivisitate con la grammatica tipica del Black Metal, erano tuttavia anche in quel caso impreziosite da volte di sintetizzatori dalle pennellate piuttosto varie; un tratto caratteristico oggi molto ben più sviluppato e reso incisivo, grazie ad un parziale cambio di rotta, che ha portato il quintetto (simpaticamente rinominatosi U.L.T.R.A. per via delle iniziali dei componenti) a sperimentare molto di più, avvicinandosi alle coordinate Avantgarde degli ultimi Deathspell Omega (pur non replicandone pedissequamente la nera schizofrenia) ed al sound caleidoscopicamente claustrofobico dei Dødheimsgard di “A Umbra Omega” dell’anno scorso, o dei Code di “Resplending Grotesque”, non disdegnando qualche punto in comune con l’andazzo psichedelico più marcatamente soft e prog dell’unico lascito dei Ved Buens Ende (“Written In Waters”, 1995).

La band

Proprio la psichedelia diviene tratto distintivo e marcatissimo di questo nuovo “Ufonaut”, con tuttavia un approccio decisamente meno poetico dei citati Ved Buens Ende, dove le tastiere si fanno spesso e volentieri protagoniste silenziose con il passare degli ascolti, pur non andando mai a rubare la scena in scomodi solismi agli altri strumenti. La rinnovata e ora consolidata vena prog-psichedelica del gruppo affonda infatti le sue radici non solo nel Rock degli ovvi (e a tratti scontati, quando si parla di sonorità simili) anni ’60-’70, ma nell’utilizzo più moderno e rielaborato di tali sonorità rintracciabile soprattutto negli Enslaved del biennio “Vertebrae”“Axioma Ethica Odini”, piuttosto che in stilemi più sdoganati.
Talvolta le tastiere si fanno sinfoniche (parti di “Paradox” fungano da esempio lampante), senza però mai risultare ridondanti e ritagliandosi il loro spazio dopo qualche ascolto, ad assimilazione della restante parte strumentale avvenuta, in uno strano quanto efficace e personale contrasto con i picchi Sludge (ancora retaggio di “Vesper”) e il riffing ormai ampiamente sdoganato nella sintassi Post-Black. Con questo non si vuole asserire affatto che il chitarrismo sia scontato o prevedibile: al contrario, ogni partitura presenta la sua particolarità e un buon grado di amalgama con il restante complesso (la visione d’insieme non è quasi mai particolarmente scalfita a discapito di un ascolto immediatamente piacevole, pecca che segna in modo negativo gran parte degli artisti che si cimentano con queste sonorità e tipi di proposte), e la sezione ritmica è di assoluto livello mediante azzeccati suoni di basso distorto solitamente in rilievo nel missaggio al pari con le chitarre.
Le parti vocali sono sufficientemente varie ed espressive, dimostrando un ottimo risultato raggiunto in fase di (non semplice) arrangiamento con il restante ensemble strumentistico, dagli allucinogeni sintetizzatori all’eclettica prova dietro alle pelli.

Le oculate scelte in fase di produzione rendono il suono del disco moderno, ma pur sempre ben ancorato al suo contesto di musica estrema, dove l’acidità dei sintetizzatori diventa parte inscindibilmente predominante nell’avvenuta maturazione degli Entropia grazie al nuovo “Ufonaut”, che riesce nella invero ardua impresa di fornire all’ascoltatore un prodotto originale, personale, dal discreto tasso di innovazione stilistica e, allo stesso tempo, fornito di una buona dose di orecchiabilità ed immediatezza: sintesi di una non comune capacità di scrittura che mescola sapientemente follia compositiva, strutture imprevedibili, e fruizione subitanea.
Ascolto fortemente esortato.

Matteo “Theo” Damiani