Enslaved – “E” (2017)

Artist: Enslaved
Title: E
Label: Nuclear Blast Records
Year: 2017
Genre: Progressive Viking Metal
Country: Norvegia

Tracklist:
1. “Storm Son”
2. “The River’s Mouth”
3. “Sacred Horse”
4. “Axis Of The Worlds”
5. “Feathers Of Eolh”
6. “Hiindsiight”

 

È particolarmente difficile scrivere questa recensione.
Non ogni disco è analizzabile con la stessa facilità; descrivere musica, Arte, mediante parole è il più delle volte impresa ardua che qualunque persona si sia prefissata tale obiettivo avrà -almeno una volta- sperimentato.
Gli Enslaved sono conosciuti e riconosciuti come una delle creature più poliedriche e trasversali a cui la Norvegia abbia mai dato vita; sono cambiati, mutati infinite volte, abbandonando vecchi strati di pelle come forme serpentine, senza aver però tralasciato nemmeno la benché minima parte o sfumatura del bagaglio evolutivo raggiunto. In sostanza, ogni nuovo passo per la band di Ivar Bjørnson e Grutle Kjellson ha dimostrato di essere, per qualità di scrittura e maturità complessiva raggiunta, nonché sperimentazione perpetrata, sostanzialmente sempre migliore di ciò che l’ha preceduto.

Il logo della band

Sono passati ormai oltre due anni da quando mi sbilanciai per l’uscita di “In Times”, un disco che ancora oggi (e forse ancor più di ieri) ammalia in tutta la sua bellezza avendo non solo retto la decisiva prova del tempo, come previsto, ma avendola anche abbondantemente superata. Nel mentre, il nostro quintetto dai volti che da un abbondante decennio a questa parte apparivano immutabili, ha visto (per la prima volta dai tempi di “Isa” – 2004) un componente -mi si permetta di aggiungere, di rilievo- abbandonare la nave: il fondamentale tastierista e cantante (clean) Herbrand Larsen ha lasciato il suo posto dopo aver contribuito per più di dodici anni allo sviluppo del sound Enslaved così come abbiamo avuto il piacere di testimoniarlo negli ultimi sei album in studio.
Ritmi forsennati per il gruppo, tra live retrospettivi per i 25 anni celebrati di carriera, registrazioni varie, uscite minori e sperimentazioni parallele in studio (soprattutto per il mastermind Ivar, si segnala il pregevole debutto a nome BardSpec dell’inizio dell’anno), in perpetuo equilibrio tra il riconoscimento di un passato sempre più illustre e la gloria di un futuristico presente che non accenna a trovare un momento di stanchezza compositiva o di fisiologica flessione.
I cinque di Bergen, rinnovati dunque grazie all’ingresso del giovanissimo Håkon Vinje, riprendono il bandolo della matassa del loro tempo verbale presente con “E”: quattordicesimo (!) full-length del gruppo rilasciato pochi giorni fa per Nuclear Blast Records. Da settimane chi scrive cerca (invano) di trovare un’altra band, un altro artista, che abbia raggiunto una tale cifra di pubblicazioni maggiori, si badi bene, non solo senza toppare, non solo rinnovando una proposta alla base già di per sé sempre mutevole, ma in particolar modo superandosi -in un modo o nell’altro- senza esclusione di colpi.

La band

La scelta del titolo è esemplificante l’intero processo di costruzione del lavoro. “E”, per quanto banale a prima e frettolosa vista possa sembrare, è in realtà la trascrizione latina del carattere runico protogermanico Ehwaz (in anglistica corrispondente a Eoh) e di tutto il suo bagaglio morfologico, caratteristico, simbolico ed espressivo. Il valore fonetico lungo che trasmette movimento, azione, riflessione protesa verso il futuro. In un paio di righe soltanto, si scopre dunque l’importante potere diacronico che comporta un titolo tanto antico (presente solo nella più primitiva versione del Fuþark da 24 caratteri e nella successiva abolito) con un significato altresì così appellante al concetto di futuro, chiaroveggenza, velocità e modernità.
Una digressione forse inutile per qualcuno, che permette in realtà di inquadrare ancor prima dell’ascolto il valore concettuale su cui si basa l’intera nuova opera targata Enslaved.
Il potere di Hagalaz introduce e regge “Storm Son”, con un chiaro concetto prelativo: rottura degli schemi, rinnovamento, purificazione. Così la band osa, si rigenera e -come già accennato nella colonna ad essa dedicata- troviamo un’imponente progressione inizialmente liquida che si va a condensare in grandinate di metal estremo ed elettronica che rappresentano le forze distruttive della natura, citate nel magniloquente ritornello ed implicitamente invocate proprio a partire dal significato della corrispettiva runa.
Tutto il lato progressivo ed avanguardistico della band esce allo scoperto, e mentre Kjetil urla con il suo distinguibile vocione, la new entry Håkon si destreggia con linee vocali inedite, impalpabili e fluide, che portano un nuovo linguaggio allo stile degli Enslaved, pur senza stravolgere armonie e trovando il suo naturale equilibrio anche in episodi molto più similari a quanto fatto in passato dal suo illustre predecessore. È il caso che evidenzia “The River’s Mouth”, il brano più semplice ed immediato del platter, un mid-tempo accelerato con il classico riffing più pesante e catchy della band che riesce nel compito mai banale di coinvolgere e apportare qualche tratto evolutivo già per sé: le recenti composizioni elettroniche di Ivar si fanno sentire e creano nei primi due brani un incantevole sostrato d’inedita tessitura sintetica.
Nondimeno, “Sacred Horse” è un vero e proprio picco di eclettismo, sorpresa e variegata composizione che condensa ottima parte del bagaglio comunicativo Prog Rock dei Nostri in partiture più estreme in bilico tra chitarre slegate, ritmiche a briglia sciolta e divinità che combattono con i giganti per la nascita e distruzione del mondo. I riferimenti nell’inopinata sezione pre-conclusiva sono ancora una volta mitologici, il doloroso concetto del sacrificio di sé è allegorizzato tramite la ricorrente figura medium del cavallo (ancora un diretto aggancio alla runa Ehwaz). Il sanguinoso finale ci meraviglia, lasciando a bocca aperta con la sua furia scaldica imbevuta di drammaticità, prima di catapultarci nei vortici folli di “Axis Of The Worlds” dove i quattro mondi vengono messi -musicalmente e liricamente- in completa discussione per permettere un’effettiva ricostruzione ciclica di canzone e stile compositivo. Prima del gran finale, il cerchio si appresta a chiudersi con la trascendenza di “Feathers Of Eolh”, un vortice di piume innalza e difende dallo sgretolarsi del mondo circostante, decantato per la prima volta unicamente -sia in up-tempo che durante le parti totalmente dreamy– dalle estatiche clean vocals.
La maestosità assoluta di “Hiindsiight”, in forma di coscienza suprema di Mannaz (man – uomo), rapisce distruggendo ogni certezza, fregiandosi cristallina di una pluralità di stili tanto amalgamata da lasciare allibiti, una firma da esteti che inibisce i tratti somatici di Doom estremo, avanguardia, Jazz e musica indie, deliziandoci e commuovendoci per bravura con l’incastonato sassofono prima che il diramato chitarrismo Black faccia da ponte per la conclusiva disgregazione e ricomposizione Shoegaze semplicemente da brividi.

“E” è un disco prestigioso, di rarissima classe, di nobiltà compositiva maiestatica che consegna all’ascoltatore una band che raggiunge vertici di stile e passione, all’unisono riprendendo le fila del precedente lavoro e aprendo una tela completamente nuova, intessuta con fine delicatezza e sapienza secolare da giganti in eccelso stato di grazia.
Testi di non comune intelligenza e ricolmi di curate metafore perifrastiche, creano poi un comparto lirico colto ed eccezionale che avrebbe tranquillamente meritato uno scritto unicamente incentratovi per quantità e bellezza di riferimenti. Chi scrive ha pertanto cercato di colmare la mancanza porgendo unicamente qualche spunto.
In conclusione, è persino strabiliantemente semplice notare quanto l’elegante indipendenza degli Enslaved da qualunque ambito, fatta eccezione quello della profonda interconnessione dei suoi interpreti, sommata alla completa consapevolezza di sé e una cultura trasversalmente ampia, proprietà inerenti ai veri artisti, abbiano posto le condizioni per la creazione di un disco come “E”: un picco per il 2017, che avrà presumibilmente pochi rivali anche tirate le somme dell’anno.

Matteo “Theo” Damiani

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