Dauþuz – “Die Grubenmähre” (2017)

Artist: Dauþuz
Title: Die Grubenmähre
Label: Naturmacht Productions
Year: 2017
Genre: Black Metal
Country: Germania

Tracklist:
1. “Reminicere (Intro)”
2. “Extero Metallum”
3. “Drachensee”
4. “Trinitatis (Interlude)”
5. “Kerker Der Ewigkeit”
6. “Dem Berg Entrissen”
7. “Crucis (Interlude)”
8. “Die Grubenmähre – Part I (In Die Schwärze)”
9. “Die Grubenmähre – Part II (Hoffnungstod)”
10. “Luciae (Outro)”

 

Dai tedeschi Dauþuz era più che lecito aspettarsi un gran disco, dopo l’ottimo debutto “In Finstrer Teufe” dell’anno scorso ed il talento mediante esso dimostrato.
Il duo alto-turingio deve aver dunque pensato che è il caso di battere il ferro finché è caldo, fatta premessa l’identità già precisa, ed ecco che il secondo album intitolato “Die Grubenmähre” li vede firmare per la pubblicazione con la connazionale Naturmacht Productions a distanza di meno di un anno netto dal pregevole primo capitolo discografico.

Il logo della band

Le coordinate stilistiche per cui li abbiamo tanto apprezzati permangono praticamente immutate, la produzione si asciuga e per
molti versi affila, affina in concordanza con
gli obiettivi diretti e taglienti del disco, pur andando a rinunciare a parte del calore rimbombante del debutto, puntando invece -del resto non dimentichi- s’un approccio ancora più raw e freddo, anche lo-fi se si prendono in esame gli sfrigolanti giochi di alte frequenze nei momenti più calmi.
La scelta è vincente per caratterizzare le composizioni, generalmente allungate di timing e arricchite in intuizioni rispetto al precedente disco, dando loro un’anima nuova e differente per non scadere nella riproposizione totale o sterile di uno stilema che -per quanto vincente- avrebbe presentato uno sgradevole precedente fin troppo ingombrante.

La band

È pertanto già tempo di tornare nelle profondità delle antiche miniere tedesche e di farlo in maniera dirompentemente rumorosa. Questa volta veniamo accolti dalla maestria acustica del polistrumentista e compositore Aragonyth (che ci delizierà alla medesima maniera con ben due interludi, ottimi a spezzare il ritmo del romanzare, e un evocativo e frammisto outro conclusivo) ed è subito la struttura del disco a dimostrarsi più finemente elaborata. Ma la delicatezza malinconica sprigionata dalle note introduttive si schianta senza particolare preavviso contro l’impatto diretto e perentorio di “Extero Metallum”. Le vocals sono ancora incredibilmente variegate e di spessore: ululati strascicati, urla graffianti, toni bassi e alti ci rovesciano addosso con cattiveria ed assoluta incisività i racconti di Syderyth, riportati con encomiabile trasporto e forte espressività. Proprio l’espressionismo più puro del cantato e delle linee melodiche (chitarre, basso, ugola e porzioni batteristiche partecipano in egual misura in tal senso), bilanciate alla perfezione con il tonante approccio ruvido delle composizioni, continua a rappresentare il distintivo carattere dei Dauþuz e in particolare del lavoro svolto oggi in “Die Grubenmähre”.
La scrittura dei brani è più curata e pensata, processo di maturazione e cesellatura non immediatamente distinguibile bensì da ricercare sottopelle, a partire dalla loro disposizione: le dieci tracce si aprono e chiudono con la loro forma narrativa a busta, facendoci trovare un delicato interludio acustico ogni due storie di estremo sacrificio, di agonia e solitudine raccontate tramite il caustico Black Metal affidato prevalentemente a terremoti di ritmiche sostenute e freddo riffing circolare. Così, dopo una diacronica doppietta di contrasti iniziale che culmina nella mestizia di “Drachensee”, sono “Kerker Der Ewigkeit” e “Dem Berg Entrissen” a sciorinarci le caratteristiche più violente e sotterranee della band. In particolare il secondo capitolo della coppia centrale del platter, col suo inedito salmodiare sul finale, si annida celato ed invitante sotto le radici della montagna, pronto -come un nix delle fiabe popolari germaniche (o parallelo nisse a latitudine nord)- ad attirarci nelle sue profondità più buie per non permetterci più di risalire. Analogamente, così come un temibile fossegrim, o il nøkken del più raffinato folklore d’autore norvegese, i Dauþuz tessono ruvide melodie incantevoli, accattivanti ed anche immediate ma provviste di grande longevità intrinseca nel loro carattere crudo, aspro, pericoloso e mai particolarmente amichevole per l’ascoltatore.

“Die Grubenmähre” è in conclusione il secondo centro del giovane duo, che con crescita e personalità disegna su pergamena grezza il diretto continuo di “In Finstrer Teufe”, un nuovo compendio di arte musiva ricco di vicende incredibilmente autentiche e realistiche direttamente estratte dagli spaventosi momenti vissuti in miniera, pungente e ricca di sofferenza, ma anche silenziosa custode dalla lunga e ferrea memoria, imperitura riserva naturale di grandiosi aneddoti e di ottima musica il cui fine vita, al netto di una formula ben pensata e strutturata, pare essere discretamente lontano.

Matteo “Theo” Damiani

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