Agalloch – “The Serpent & The Sphere” (2014)

Artist: Agalloch
Title: The Serpent & The Sphere
Label: Profound Lore Records
Year: 2014
Genre: Atmospheric/Folk Black Metal
Country: U.S.A.

Tracklist:
1. “Birth And Death Of The Pillars Of Creation”
2. “(Serpens Caput)”
3. “The Astral Dialogue”
4. “Dark Matter Gods”
5. “Celestial Effigy”
6. “Cor Serpentis (The Sphere)”
7. “Vales Beyond Dimension”
8. “Plateau Of The Ages”
9. “(Serpens Cauda)”

“My work is done…”

Il 2014 ha testimoniato il ritorno di un act, tanto osannato da alcuni quanto osteggiato da altri, a distanza di quattro anni dal suo precedente full-length “Marrow Of The Spirit” e dalle tormente nevose richiamate fin dalla copertina.
Quattro anni divisi simmetricamente da una pubblicazione minore (non certo in termini di qualità), rispondente al’EP intitolato “Faustian Echoes”, contenente un solo pezzo da oltre venti minuti di durata che rappresentava anche la canzone più lunga mai scritta dalla band di Portland.

Il logo della band

Il mastermind John Haughm e la sua propagine denominata Agalloch tornano dunque dopo l’incompreso (all’uscita) “Marrow Of The Spirit” per quello che è anche il secondo appuntamento su full-length dell’ormai rodato nuovo ingresso, l’eccellente batterista Aesop Dekker (vero asso nella manica della formazione nelle immediatamente precedenti uscite su full ed EP).
“The Serpent & The Sphere” si presenta, al solito, come un lavoro molto diverso dal suo predecessore (nonché dalle sonorità di “Faustian Echoes”, ancor più legate al Black Metal che non al Post-Metal sgranato di “Marrow Of The Spirit” e le sue divagazioni al limite del rumoroso mondo noise) pur compiendo cronologicamente diversi passi indietro nella discografia dei non-più-ragazzi dell’Oregon.
Il singolo “Celestial Effigy” aveva anticipato di qualche mese l’uscita del disco, strizzando non poco l’occhiolino a sonorità (si pensava) ormai dimenticate del debutto “Pale Folklore”, risalente al lontano 1999 e rilasciato dalla statunitense The End Records, pur presentando un mood decisamente più maturo ed una esecuzione obiettivamente migliore e più raffinata rispetto all’emblematico esordio.

La band

Lontano dalle divagazioni squisitamente Neo-Folk e Dark-Acustiche di “The Mantle”, ma anche dal Post-Rock vorticoso di “Ashes Against The Grain” ed infine (ma questa non dovrebbe rappresentare una novità per chi segue attentamente la band da qualche uscita) dall’analogicità e freddezza di “Marrow Of The Spirit” e le manipolazioni rumoristiche di un pezzo come “Black Lake Niðstång” o il finale al limite della squisita cacofonia di “Our Fortress Is Burning”.
Tutto questo è ben ravvisabile dall’opener-track (nonché uno dei momenti più alti dell’intero platter) intitolata “Birth And Death Of The Pillars Of Creation”: un vero e proprio scoglio monolitico di matrice Doom, con un basso paludoso e pulsante sotto le scarne trame chitarristiche con acustiche ad intrecciarsi ai vari delay delle elettriche non appena entrano in scena, fino a che la sezione ritmica non collassa su sé stessa nell’ormai tipico ma sempre efficace espediente di casa Agalloch, ripiegando sul primo intermezzo acustico del disco (ne troveremo tre: “Serpens Caput”, “Cor Serpentis (The Sphere)” e -come outro- “Serpens Cauda”, tutte e tre suonate dal canadese Nathanaël Larochette dei Musk-Ox) prima di giungere all’unico momento veloce del lavoro, uno dei pochi a non avere nulla a che spartire con l’incedere delle dosi massicce di Doom che permeano l’atmosfera del platter.
“The Astral Dialogue” è infatti l’unico up-tempo del disco, veloce nelle sue ritmiche e partiture di doppia cassa, riffing monocorda in tremolo picking, lo screaming sussurrato tipico di Haughm alternato con un altro più acido, e rappresenta anche uno dei momenti più catchy (se si può asserire ciò parlando di musica come questa) ed immediati dell’intero lavoro, con ancora una volta l’imprescindibile ed ottimo lavoro di basso di Jason Walton.
Seguono le diversissime e varie “Dark Matter Gods” e “Celestial Effigy”: la prima è la canzone che più riporta alla memoria i riff dal sapore Post-Rock di “Ashes Against The Grain” e la sua struttura tipicamente crescendocore del genere, racchiudendo in sé gran parte di quello che gli Agalloch hanno donato al mondo della musica in venti anni di carriera, mentre “Celestial Effigy” (come detto in apertura, fu scelta come singolo del disco dalla Profound Lore Records) ricorda più il mood Dark-Doom e folkloristico del debutto, con un crescendo anch’esso, bensì questa volta fornito da blast-beat e tremoli che rinvigoriscono e variano il pezzo con le loro trame atipicamente Black Metal.
Un paio di minuti per il secondo intermezzo di chitarra acustica e si viene proiettati verso il finale del disco: la doppietta “Vales Beyond Dimension” e “Plateau Of The Ages” (anch’esse, come prima, così diverse tra loro ma in fondo così accomunabili grazie alla bravura del quartetto) si lascia assaporare grazie all’oscurità penetrante e minacciosa della prima in tracklist, ammantata da elementi ancora una volta accomunabili al mondo Post-Rock, infine mediante più di dodici minuti di cristallina classe puramente strumentale che, anche senza un testo al suo interno o la benché minima linea vocale, riesce a trasmettere forse anche più di qualunque altro pezzo nel disco, ben ardua (e probabilmente inutile) da descrivere a parole.

Il disco, così come l’Uroboro che si morde la coda, si conclude con i malinconici giri acustici di “Serpens Cauda” esattamente come è iniziato: rappresentando al meglio l’idea di perfezione ciclica donate dal serpente e dalla sfera… Ideale che, senz’altro, gli Agalloch dimostrano di aver ben impresso nei solchi del loro nuovo “The Serpent And The Sphere”.

“My work has begun…”

Matteo “Theo” Damiani

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